Zimbabwe, il paese più povero del mondo

Il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe

Dieci giorni fa la notizia che le finanze governative dello Zimbabwe sono di nuovo alla paralisi. Due giorni fa, sul sito dell’Herald, il principale quotidiano del paese, è stata resa nota la decisione del Comune di Harare di razionare l’acqua, dopo che interi quartieri e sobborghi della capitale erano rimasti per giorni del tutto privi di approvvigionamento idrico. Dall’inizio del decennio passato, il paese africano non è nuovo ad emergenze di questo tipo che lo hanno reso tristemente famoso per la sua iperinflazione, la diffusa corruzione e l’autoritarismo del suo presidente, Robert Mugabe.

Al potere da oltre 32 anni, inizialmente come primo ministro e poi come capo di Stato, Mugabe, nel febbraio del 2000, intuendo che la sua carriera politica era giunta alla fine, decise di indire un referendum popolare per convincere la maggioranza degli zimbabwani che venti anni di potere erano troppo pochi e che doveva rimanere alla guida del paese, insieme ai suoi fedelissimi. Ma i risultati del referendum tradirono le sue aspettative, decretando la prima netta sconfitta della sua carriera politica.

Nonostante l’esito negativo delle urne, Mugabe non pose fine al suo regime autocratico e solo un mese dopo venne rieletto per la seconda volta alla guida del paese. Non lasciò passare un altro mese e decise di emanare una serie di improvvide riforme sociali, tra cui quella agraria che ingiunse a 2900 proprietari terrieri bianchi, i white farmer, di lasciare le proprie aziende agricole per distribuirle ai contadini poveri neri.

L’esproprio, però, non ha sortito alcun effetto positivo poiché il governo non ha fornito aiuti sufficienti agli agricoltori, cosicché questi ultimi non sono stati in grado di mantenere l’elevata produzione che aveva fatto conoscere l’ex Rhodesia del Sud come il granaio dell’Africa.

Dopo questa sconsiderata decisione, la Repubblica dell’Africa australe è precipitata in una spirale di crisi che, secondo l’ultimo report semestrale dell’Fondo monetario internazionale (Fmi), l’ha portata ad accumulare un debito di 132 milioni di dollari nei confronti del Poverty Reduction and Growth Facility (Prfg) – una delle agenzie dell’Fmi che sostiene i paesi poveri – e di 1,5 miliardi con la Banca mondiale e la Banca africana di sviluppo.

Una contrazione tale da innescare il degrado dei più elementari servizi sociali, le cui radici sono riconducibili anche ad altre cause, tra cui l’epidemia di Hiv-Aids e una sfortunata successione di siccità e inondazioni. In questo modo, l’ex colonia britannica è divenuta vittima di un collasso economico senza precedenti con un tracollo che ha investito tutti i settori economici con forti ripercussioni sui servizi alla popolazione e sullo sviluppo.

Basti pensare che lo Zimbabwe è  il paese con il più basso indice di sviluppo umano (Hdi) al mondo, dove l’83% della popolazione vive in condizioni di povertà estrema con meno di due dollari americani al giorno, mentre la disoccupazione è salita al 80%, con una sola persona su dodici che ha la possibilità di un lavoro regolare, meno della metà rispetto al 1980.

In questo sfortunato angolo di mondo, l’aspettativa di vita alla nascita è di soli 52 anni contro gli 81 della Svizzera, mentre il sistema sanitario è al tracollo con 2 medici ogni 10mila abitanti. Lo Zimbabwe è anche l’unico paese del mondo in cui le donne muoiono prima degli uomini. Tra la popolazione femminile, il tasso di diffusione dell’Aids è su­periore al 50%, mentre secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Who), tra il 22 e il 28% della popolazione totale è contagiato, il quarto più alto tasso di diffusione in assoluto.

Ed anche la carenza idrica che ha costretto il Comune di Harare a razionare la fornitura dell’acqua, non è arrivata all’improvviso, visto che costituisce un problema che da decenni affligge la popolazione durante l’aridissima stagione invernale, che dura otto mesi e prosciuga molte riserve, rendendo difficoltosa la coltivazione di beni alimentari. La scarsità idrica costringe spesso le persone a bere acqua non pulita e ciò, purtroppo, ha portato alla diffusione tra il 2008 e il 2009 della peggior epidemia di colera che abbia colpito l’Africa, causando la morte di oltre 4mila zimbabwiani.

Allo stesso modo, sul fronte dei diritti umani si registra una situazione disastrosa. Una delle più grandi violazioni operate in tal senso dal governo di Robert Mugabe, risale al marzo 2005, quando fu ordinato uno dei più grandi e violenti sgomberi forzati della storia recente: 700mila persone persero case e beni durante la cosiddetta Operazione Murambatsvina.

Il governo di unità nazionale, costituito nel 2009 tra l’Unione nazionale africana dello Zimbabwe di Mugabe e il principale partito di opposizione, il Movimento per un cambiamento democratico di Morgan Tsvangirai, non ha migliorato le cose. Ormai ottantottenne e secondo molti colpito da un cancro alla prostata, l’ex leader della liberazione non molla il potere, mentre alcuni personaggi politici del suo governo sono ancora sottoposti alle sanzioni dell’Unione europea, adottate nel 2002 a causa di casi ripetuti di violazioni di diritti umani e violenza politica.

L’Ue ha affermato di voler sospendere le sanzioni solo quando Harare organizzerà un referendum costituzionale credibile per preparare il terreno a elezioni democratiche, attualmente previsto per la fine dell’anno.

La parabola dello Zimbabwe è raccontata con dovizia di particolari da Peter Godwin, giornalista e scrittore nato nell’allora Rhodesia, che ora vive a New York. Nel suo libro The Fear: Robert Mugabe and the Martyrdom of Zimbabwe, racconta la repressione e l’avidità, gli affari spregiudicati come quelli degli indiani che acquistano i diamanti della miniera di Marange e dei cinesi che hanno invaso Harare e messo le mani sulle risorse del paese, ma testimonia anche la resistenza civile e il coraggio che superano le descrizioni delle torture e delle ferite inflitte da pietre e machete.

Leggendo il saggio di Godwin si capisce perché quella che un tempo era il granaio d’Africa, ricco di turismo d’élite e buone scuole, ora è una nazione dove la cancellazione dei diritti civili, intimidazioni e maltrattamenti per chi sostiene l’opposizione sono una triste consuetudine.

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