La Realpolitik di Ankara passa per Mogadiscio

La Turchia è di nuovo in prima linea per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso la crisi somala. Lo dimostra la seconda conferenza sulla Somalia che si è svolta alla fine della scorsa settimana ad Istanbul, alla presenza del premier turco Recep Tayyip Erdogan e del segretario dell’Onu Ban Ki-moon.

Un meeting internazionale organizzato per individuare le vie di uscita dall’attuale fragile fase di transizione verso un’ipotetica stabilizzazione del paese martoriato da oltre venti anni di guerra civile.

Negli ultimi due anni, l’esecutivo di Ankara ha dimostrato grande impegno nel tentativo di rilanciare la ricerca di una soluzione definitiva per porre fine alla crisi e, come era prevedibile, la stampa locale non ha perso l’occasione per dare ampio risalto all’iniziativa. Hurryet, il più importante quotidiano turco, ha pubblicato in prima pagina la notizia dell’apertura dei lavori della conferenza, raccontando, anche in cifre, l’entità di una delle più gravi crisi umanitarie del mondo.

Secondo i dati pubblicati da Hurryet, la guerra civile in Somalia ha causato la morte di almeno 500mila persone, anche se altre fonti arrivano fino a 1,5 milioni di morti, oltre a 800mila profughi e 1,5 milioni di sfollati su una popolazione totale di 9,5 milioni. La speranza di vita media è di 50 anni e un bambino su quattro muore nei primi cinque anni di vita. Drammatiche cifre che descrivono la situazione in cui versa la Somalia che, dal 1991, anno della caduta del presidente Siad Barre, non ha più avuto un giorno di pace tra lotte intestine dei signori della guerra e gli attacchi della milizia musulmana integralista Al Shebah, che negli ultimi anni hanno insanguinato il paese.

Al momento attuale, la riforma del Parlamento e l’adozione di una nuova Costituzione sono le precondizioni affinché, come previsto dalla road map stabilita in dicembre dalla Conferenza di Garowe, si possa chiudere l’attuale fase transitoria. Tutto dovrebbe avvenire il 20 agosto prossimo e nell’imminenza di tale scadenza il governo di Ankara sta intensificando la sua attività nel tentativo di gestire la spinosa questione somala.

Erdogan si sta impegnando in prima persona nell’elaborazione di una strategia di soluzione alla crisi. Consapevole del fatto che la stabilizzazione della Somalia passa attraverso la chiusura della fase di transizione con nuove istituzioni, il coinvolgimento degli islamici moderati nel processo di pace, una maggiore trasparenza nella gestione degli aiuti. Il capo del governo di Ankara riassume queste linee guida e l’impegno del suo governo e delle ong turche nella gestione della crisi somala nell’articolo “The Tears of Somalia”, commento dal titolo retorico ma di indubbia efficacia, pubblicato lo scorso ottobre sull’autorevole rivista statunitense Foreign Policy.

Un’ulteriore dimostrazione di come Ankara stia gradualmente conquistando la ribalta mondiale, anche attraverso una ben mirata politica africana, per la quale la crisi umanitaria in Somalia ha fornito delle opportunità notevoli per intensificare l’attivismo ottomano nel continente e proporsi come nuovo attore chiave a livello globale.

Un attivismo calibrato che nei fatti dimostra come la Turchia in Africa abbia adottato un approccio simile a quello della Cina nella non ingerenza negli affari politici interni delle singole nazioni. Diverso, però, nel rapportarsi con i problemi africani, partendo dall’assunto che l’Africa, essendo molto variegata, richiede un avvicinamento differenziato e regionale, in particolar modo a sud del Sahara.

In questo modo, in poco più di un decennio, le relazioni diplomatiche e commerciali della Turchia con il continente nero si sono trasformate. Ankara ha triplicato il numero delle sue ambasciate, che oggi ammontano a 34, ventidue delle quali sono state inaugurate tra il 2008 e il 2012. Inoltre, l’ex Sublime Porta, con il suo status di osservatore all’interno dell’Unione africana, partecipa a cinque missioni di pace nel continente mentre una dozzina di sue fregate pattugliano al largo delle coste somale nel quadro della flottiglia internazionale impegnata nella lotta contro la pirateria.

Sul versante economico, poi gli interessi turchi nel continente nero valgono oggi uno scambio di beni di oltre 17 miliardi di dollari, con Ankara membro non regionale della Banca africana di sviluppo (Afdb) che mira a creare entro il 2019 una zona di libero scambio con la Comunità dell’Africa orientale (Eac), un’unione doganale tra Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi e Ruanda. Numeri eloquenti che evidenziano non solo un incremento quantitativo, ma anche un salto qualitativo nei rapporti tra Turchia e Africa.

 

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