Etiopia, culla dell’umanità

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Ultimo giorno di novembre del 1974. Una data memorabile per gli studiosi di paleoantropologia che coincide con il ritrovamento nella regione di Afar, situata nella zona nord-orientale dell’Etiopia, dei resti di uno scheletro perfettamente conservati di un antichissimo ominide di sesso femminile con un’anatomia bipede vissuto circa 3,18 milioni di anni fa.

La scoperta avvenne ad opera di un gruppo di ricercatori guidato dallo statunitense Donald Johanson, che, in omaggio al brano dei Beatles che impazzava in quel periodo, “Lucy in the sky with diamonds”, ribattezzarono la donna della pianura di Afar, Lucy. Anche se gli etiopi vollero darle un nome diverso: Dinqinesh, che in amarico significa “sei meravigliosa”. Il ritrovamento di Lucy dimostrava che già 3,18 milioni di anni fa, la specie umana era eretta e camminava sugli arti inferiori; inoltre al tempo stesso rafforzava l’ipotesi di Charles Darwin e Alfred Russel Wallace, per cui si sarebbe originata in Africa.

Molto più recente è la scoperta dello scheletro fossile di una giovane femmina di circa tre anni, cui è stato dato il nome di Selam, che in amarico significa “pace”. I resti di Selam sono stati rinvenuti il 10 dicembre 2000 dal paleoantropologo etiope del Max Planck Institute, Zeresenay Alemseged, di nuovo nell’Afar, più precisamente presso il villaggio di Hadar situato sulle colline di Dikika, a soli quattro chilometri dal luogo dove 26 anni prima era stata ritrovata Lucy. Lo studio delle ceneri vulcaniche che ricoprivano i fossili ha permesso di datare i reperti tra 3,35 e 3,31 milioni di anni: Selam risale a circa 120mila anni prima di Lucy, il che ne fa il più antico scheletro di infante di ominide finora ritrovato. Prima di Selam lo scheletro infantile più antico apparteneva a un uomo di Neanderthal (vissuto in Europa tra 130mila e 30mila anni fa) e per questo la scoperta è considerata di grande importanza tra gli studiosi di paleoantropologia.

Arriviamo quindi al nostro decennio, con la scoperta di Carol Ward dell’Università del Missouri e di William Kimbel dell’Università dell’Arizona, che con un articolo pubblicato nel febbraio dello scorso anno sulla rivista Science, annunciarono il ritrovamento ancora presso Hadar di un osso completo del quarto metatarso del piede appartenuto ad un Australopithecus afarensis, databile attorno ai 3,2 milioni di anni fa, la stessa datazione dello scheletro di Lucy. La sua conformazione ad arco, simile al corrispondente osso del piede umano, è compatibile con la deambulazione in posizione eretta, perché conferisce al piede elasticità sufficiente almeno a camminare a grandi falcate. Questi sono soltanto i ritrovamenti di fossili umani più eclatanti che hanno avuto luogo in Etiopia, dove nel tempo sono stati reperiti numerosi altri antichissimi resti di scheletri, che testimoniano la presenza dell’uomo in tempi storici e contribuiscono in maniera determinante ad attestare che l’Etiopia è stato uno dei punti di passaggio dall’Africa verso il resto del mondo.

In aiuto della paleontologia e dell’antropologia con lo scopo di tracciare ipotesi sull’origine e l’evoluzione delle popolazioni umane arriva ora la genetica. Una ricerca britannica ha cominciato a svelare l’eredità genetica delle popolazioni dell’Etiopia, dotate di uno dei gradi di diversità maggiori al mondo. Alcuni studiosi dell’Università di Cambridge e dello University College di Londra hanno scoperto che i genomi di alcuni popoli etiopi hanno somiglianze sorprendenti con quelle delle popolazioni di Israele e Siria, il che sembra dare un qualche fondamento genetico alla leggenda della Regina di Saba. La ricerca, pubblicata sull’American Journal of Human Genetics, ha rivelato una mescolanza genetica, risalente a circa tremila anni fa, tra etiopi e popolazioni non africane.

I dati sull’origine geografica e sul periodo in cui sarebbe avvenuto questo mix, supportati anche da studi linguistici precedenti, sono coincidenti con quelli della leggenda della Regina di Saba che, secondo il libro etiope Kebra Nagast (per inciso, si tratta di uno dei testi sacri del rastafarianesimo) ebbe un figlio dal re Salomone d’Israele, e che è menzionata sia nella Bibbia sia nel Corano. La ricerca mira ad approfondire le conoscenze dal punto di vista genomico, delle popolazioni che abitavano la regione nord-orientale dell’Africa, la cui posizione geografica favorisce la tesi secondo cui la migrazione dall’Africa cominciata sessantamila anni fa abbia avuto inizio in Etiopia o in Egitto. “Questo è il primo studio sui genomi di un gruppo rappresentativo di popolazioni etiopi”, spiega Luca Pagani, della divisione di antropologia biologica dell’Università di Cambridge, primo autore dell’articolo apparso sull’American Journal of Human Genetics. “Volevamo comparare il genoma degli etiopi con quello di altri africani, per inserire una tessera essenziale nel puzzle genetico africano e mondiale”.

I ricercatori hanno trovato che il genoma etiope non è antico quanto si riteneva in precedenza, e lo è meno dei genomi di alcune popolazioni dell’Africa meridionale. Sono stati inoltre trovati dei legami anche con altre popolazioni. “Abbiamo scoperto che il 40-50% del genoma di alcuni etiopi è più vicino a quelli di popolazioni non africane, mentre la metà restante si avvicina maggiormente a quelli di popolazioni africane”, afferma Toomas Kivisild, coautore dello studio e collega di Pagani a Cambridge. “Abbiamo calcolato le distanze genetiche e abbiamo visto che le regioni non africane del genoma sono più vicine a quelle delle popolazioni egiziane, israeliane e siriane, che a quelle dei vicini yemeniti e arabi”. Un importante contributo alla ricerca è arrivato anche da due studiosi etiopi: Endashaw Bekele e Ayele Tarekegn. Grazie al loro lavoro sul campo, l’equipe di ricercatori ha scoperto che questi due gruppi di popoli africani e non africani si sono mescolati circa tremila anni fa, molto prima delle espansioni islamiche storicamente documentate e del più recente periodo coloniale.

Un altro degli studiosi che ha partecipato alla ricerca Neil Bradman, dello University College di Londra, spiega che uno studio precedente aveva già rivelato che l’etio-semitico, una lingua etiopica appartenente a una famiglia linguistica parlata anticamente in Medio Oriente, si è divisa dal gruppo principale semitico tremila anni fa, più o meno all’epoca in cui la componente genomica non africana è arrivata in Etiopia.
Tutti i dati dello studio, combinati, si adattano bene al quadro temporale e spaziale della leggenda riportata nel Kebra Nagast. Un lavoro durato anni che dimostra come l’incredibile diversità genetica presente all’interno dei popoli d’Etiopia è una ricca risorsa che contribuirà sia alla nostra comprensione dell’evoluzione umana sia allo sviluppo della medicina personalizzata.

Fonte: geopolitica.info

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