Africa e noir, Konaté arriva in Italia

Il classico per antonomasia della narrativa ambientata in Africa è “Cuore di tenebra”, il romanzo di Joseph Conrad, pubblicato dapprima in tre episodi sulla Blackwood’s Magazine nel febbraio-aprile 1899, poi uscito in volume nel 1902 per i tipi della casa editrice Putnam. “Cuore di tenebra” però non è stato partorito dalla penna di uno scrittore africano. Josef Conrad, il cui vero nome era Teodor Józef Korzeniowski, era nato nella gelida Ucraina molto distante dai paesi che hanno dato i natali ai grandi della letteratura africana.

Parliamo di premi Nobel e autori epici come Chinua Achebe, Ken Saro-Wiwa, Nadine Gordimer, Ben Okri, John Maxwell Coetzee, Wole Soyinka, che nelle loro opere hanno toccato le corde emotive dei lettori raccontando le difficili traiettorie esistenziali e le fragili speranze di riscatto dell’Africa. Autori che hanno trattato le questioni insolute del continente del continente nero come il sottosviluppo, il razzismo, la corruzione, la guerra. Dilemmi sui quali lo scrittore e il lettore si interrogano a vicenda, osservando la stessa realtà oggettiva da diversi punti di vista dando vita a una sorta di romanzo polifonico.

Esiste però un’altra varietà di letteratura africana che si sta diffondendo anche in Italia attraverso case editrici non specializzate, parliamo di romanzi noir ambientati in Africa. Una produzione letteraria maggiormente fruibile rispetto alle produzioni più strutturate ed edotte dei grandi della letteratura africana.

Una letteratura che racconta di vicende comuni, assimilabili a quelle di tanti altri paesi, che presentano l’Africa solo nell’ambientazione o nell’intreccio della trama. Libri godibili che testimoniano la crescente normalizzazione di un continente che sullo sfondo di un romanzo avvincente tenta di esorcizzare i mali endemici da cui è afflitto.

Uno dei maggiori esponenti del genere noir nel continente africano è lo scrittore maliano Moussa Konaté. Un autentico narratore che nei suoi romanzi esplora l’Africa contemporanea al fianco del commissario Habib e dell’ispettore Sosso, rivelandoci un continente diviso fra una cultura tradizionale in bilico tra identità e rispetto della tradizione e una modernizzazione instabile e spesso iniqua.

Con i suoi gialli, pubblicati in Francia da Gallimard e Fayard, Moussa ha saputo raccontare il Mali e le sue contraddizioni. Non a caso, il quotidiano francese Liberation, lo ha definito come “uno dei più significativi scrittori africani del nostro tempo”. Significativo anche il curriculum dello scrittore che si dedica alla scrittura dal 1981 e ha insegnato alla École Normale Supérieure di Bamako, oltre a rivestire la carica di direttore della Amazing Travellers Africa Association.

Konaté nei prossimi giorni sarà in Italia per presentare il suo ultimo libro “L’impronta della volpe”, arrivato nelle nostre librerie lo scorso 20 ottobre grazie alle edizioni Del Vecchio. L’autore ha in programma sei appuntamenti a partire dal 3 dicembre, durante i quali sarà introdotto ai lettori italiani da scrittori e studiosi del calibro di Gianni Biondillo, Alessandro Perissinotto, Carlo Lucarelli, Gaetano Savatteri, Marco Modenesi e Carlo Mazza Galanti.

Il suo tour il 3 dicembre toccherà la città di Milano (Libreria Linea D’ombra), il 4 dicembre Torino (Libreria Trebisonda), il 5 dicembre Bologna (Biblioteca Casa di Khaoula), il 6 dicembre Firenze (Teatro Rifredi) e Roma dove l’ultimo appuntamento avrà luogo il 7 dicembre presso la libreria Griot e il giorno seguente presso la fiera della media e piccola editoria “Più libri Più liberi”. Il tour è organizzato con il sostegno e la collaborazione delle librerie indipendenti: Linea d’ombra, Trebisonda, Trame, Florida e Griot, e di associazioni no profit che si occupano o operano nel continente africano: Cospe, Abarekà e Scritti d’Africa.

Anche l’ultima fatica editoriale di Konaté, “L’impronta della volpe”, è incentrata sulle figura del commissario Habib, accompagnato dall’inseparabile investigatore Sosso. I due poliziotti si trovano a dover far luce su tre omicidi consumati in una regione del Mali resa celebre dagli studi degli antropologi e dai flussi turistici: la falaise di Bandiagara, a sud del fiume Niger, dove vive il popolo Dogon. Case di fango e gente fiera legata a tradizioni ancestrali.

Habib indaga sulla morte di tre ragazzi, che tutti hanno visto, ma sulla quale nessuno è disposto a collaborare con le forze dell’ordine. Sullo sfondo, lo scenario che affascinò l’antropologo francese Marcel Griaule negli anni Trenta: le maschere, le danze, le divinità antiche e i riti magici dei Dogon.

La lotta che si innesca è fra il commissario, deciso come sempre a dare un volto all’assassino, e la gente del luogo che considera le vittime oggetto di una vendetta delle divinità. Questa volta Habib farà fatica ad applicare i suoi metodi scientifici alla società Dogon, dove persino i poliziotti oppongono resistenza alla ricerca della verità, in nome della difesa della tradizione.

Un libro che in questo momento così difficile per il Mali, può anche aiutarci a riflettere sulle sorti di un paese al centro di una grave crisi politico militare che nell’aprile scorso è sfociata con l’occupazione del nord del paese da parte della ribellione dei gruppi tuareg, riuniti nella sigla Mnla (Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad) e appoggiati da gruppi islamici, vicini ad al Qaeda.

Per questo il Mali non può smettere di alimentare il proprio humus culturale con intellettuali del calibro di Moussa Konaté.

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