L’adolescenza negata dei bambini soldato

sold bambimniMigliaia di bambini strappati alle loro famiglie, hanno trovato rifugio nei campi profughi improvvisati allestiti nella zona orientale della Repubblica democratica del Congo (Rdc), dove sono esposti al rischio di violenze sessuali o di rapimento per essere arruolati come bambini soldato nelle milizie armate del movimento M23, di matrice filo­ruandese, fuoriuscito ad aprile dall’esercito regolare.

La denuncia giunge da Save the Children, che in collaborazione con alcune organizzazioni partner locali sta lavorando con successo nella provincia del Nord Kivu all’identificazione di alcuni bambini e dei loro genitori, con l’obiettivo di riunificare le famiglie disperse allontanando i piccoli dai rischi più gravi. Nella prima decade dello scorso dicembre, anche la Monuc, la Missione di peacekeeping delle Nazioni unite in Congo, aveva lanciato l’allarme sul forzato arruolamento di almeno 300 ragazzini da parte del gruppo ribelle M23.

Quanto sia diffusa questa triste pratica nella RdC lo testimonia la sentenza che, nel marzo scorso, ha visto la Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) giudicare per la prima volta l’arruolamento di minori come un crimine di guerra. Nella fattispecie del caso ad essere riconosciuto colpevole dei reati di coscrizione e arruolamento di bambini di meno di quindici anni è stato Thomas Lubanga, leader della dell’Unione dei patrioti congolesi (Upc), una milizia armata operativa durante la seconda guerra del Congo, che ha insanguinato il paese dal 1998 al 2003.

Purtroppo non è solo la RdC ad essere al centro del dibattito sui bambini soldato. Secondo Human Right Watch (Hrw), a livello mondiale sono quattordici i paesi dove gli eserciti regolari e le guerriglie arruolano e fanno combattere i bambini. Mentre l’ultimo rapporto della Coalizione internazionale “Stop all’uso dei bambini soldato, pubblicato nel maggio 2008, resocontava le famigerate gesta dei ribelli dell’Lra, l’Esercito di liberazione del Signore, guidati dal ‘cristiano’ Joseph Kony.

Secondo il report, sarebbero stati oltre 15mila i bambini e le bambine sequestrati dai ribelli nella foresta per diventare soldati e schiave del sesso, senza dimenticare che l’Lra detiene il triste primato di aver avuto nelle proprie file il combattente armato più giovane al mondo: un bambino di cinque anni. Dal 2008 la situazione si è stabilizzata, ma il tentativo di un accordo di pace ufficiale è fallito quando Kony non si è presentato alla cerimonia ufficiale per la firma.

Nel rapporto della Coalizione internazionale, oltre alla RdC, sono chiamati in causa anche altri tre paesi africani: Ciad, Centrafrica e Somalia. In quest’ultimo paese, il reclutamento forzato dei fanciulli è sistematico, soprattutto da parte dei guerriglieri del gruppo islamista al Shabaab, che avrebbero rapito duemila piccoli per inviarli sui campi di battaglia del sud del paese, dopo aver seguito un periodo di addestramento. Lo stesso avviene per le femmine, anche se il reclutamento delle bambine è considerato inaccettabile sul piano sociale, le ragazzine sarebbero utilizzate come cuoche, ma anche per trasportare detonatori e raccogliere informazioni.

Nonostante, in via ufficiale, il governo di transizione somalo vieti il reclutamento dei piccoli, la situazione sul campo è ben diversa, come dimostrato dal fatto che ancora nel 2011 la Somalia figura nella lista di Amnesty International dei paesi che fanno ricorso ai bambini soldato. Le scuole sono il luogo privilegiato dalle milizie per il reclutamento e molte di esse sarebbero state chiuse perché gli alunni dovevano frequentare l’addestramento militare presso i campi di al Shabaab. Fra gli sviluppi positivi degli ultimi tempi, c’è l’impegno assunto dal governo di transizione somalo di realizzare un piano d’azione per mandare a casa i piccoli coinvolti nella guerra.

Nelle Filippine è stato riferito che molti bambini erano all’interno delle unità paramilitari utilizzate come appoggio negli sforzi anti-insurrezionali. Un rapporto del Children’s Rehabilitation Center, risalente al 2008, denunciava il reclutamento di minori sia da parte dell’esercito filippino sia dal New People’s Army, il braccio armato del Partito comunista delle Filippine. Secondo questo resoconto, vi sarebbero 948 casi documentati di violazione di diritti umani su minori, mentre sono circa due milioni quelli vittime di “evizione forzata” a causa della guerra.

In una testimonianza raccolta dall’Unicef, Henri, un ragazzino liberiano, ha affermato: “Ci davano tonnellate di droga tutto il tempo, per farci sentire forti e coraggiosi e per obbedire ai loro ordini, non importava quali fossero. Spesso prendevo oppio e valium. Penso che siano molte le cose che non riesco a ricordare a causa della droga che ci davano. Ero come controllato da demoni. Ma io so che sono quello che ha commesso di tutto e mi sento male quando penso a tutto ciò che ho fatto. Non esiste niente peggio della guerra”.

La Coalizione afferma che ci sono rapporti che documentano che i bambini palestinesi siano stati utilizzati in numerose occasioni dalle forze di difesa israeliane in qualità di scudi umani. Nel marzo 2009, Radhika Coomaraswamy, Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la violenza contro i bambini, a capo di un gruppo di nove esperti inviati dall’Onu per indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse a Gaza, ricostruisce in un rapporto quanto accaduto il 15 gennaio 2009.

Stando al rapporto della Coomaraswamy, le truppe israeliane dopo essere entrate sparando nel quartiere Tel al-Hawa, a Gaza, avrebbero intimato ad un bambino palestinese di undici anni di camminare di fronte a loro e di entrare per primo nelle case dove si sospettava la presenza di miliziani. Molte denunce di gravi violazioni di diritti umani riguardano anche Hamas, in particolare per uso di bambini come scudi umani.

Anche in Iraq gli inglesi hanno utilizzato, nel 2005, ragazzi britannici al di sotto dei 18 anni. Fatto confermato a Parigi, nel febbraio 2007, dal ministro  della Difesa britannico Adam Ingram, durante la conferenza “Liberiamo i bambini della guerra”. Ingram ammise che 15 soldati britannici minori di 18 anni erano stati mandati a combattere in Iraq, contravvenendo al Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia, entrato in vigore il 12 febbraio 2002 contro l’impiego dei minori nei conflitti armati.

Ovviamente a poco servono le regole internazionali che, come dimostrato, spesso non sono rispettate neanche dai governi. La situazione diventa ancora più difficile quando ad utilizzare i bambini soldato non è un’istituzione, ma un gruppo alla macchia.

Purtroppo, i programmi di recupero, anche se apprezzabili, nella quasi totalità dei casi risultano tardivi. A tutti questi fanciulli e adolescenti non sarà mai restituita l’infanzia e non potranno mai dimenticare che hanno imparato prima ad uccidere e sparare invece che leggere e scrivere.

Marco Cochi

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