Delhi espande la sua presenza in Africa

-india_africa_summit-layoutGli scambi commerciali tra l’India e i paesi dell’Africa sono in continua crescita ed entro il 2015 l’interscambio tra le due realtà economiche dovrebbe superare i 90 miliardi di dollari. A dirlo è stato il ministro indiano del Commercio, dell’Industria e del Tessile, Shri Anand Sharma, in vista del vertice economico India-Africa Business Council, che si terrà a Nuova Delhi nel marzo prossimo e dell’India-Africa Forum, previsto per maggio ad Addis Abeba.

Nel corso dell’India-Africa Business Council, organizzato lo scorso anno a Nuova Delhi sono stati discussi ed approvati 157 progetti di cooperazione e siglati oltre un migliaio di accordi tra imprenditori privati per un valore complessivo superiore ai 10 miliardi di dollari. Mentre, in occasione dell’India-Africa Forum Summit di un anno fa, il governo indiano si è impegnato a garantire prestiti da 5 miliardi di dollari in tre anni al continente africano ed oltre 700 milioni di dollari per sviluppare programmi di formazione e creare nuove istituzioni.

Emerge chiaro che l’India, potenza economica emergente affamata di materie prime, individui nell’Africa un’ottima opportunità di investimento. Per questo, il paese delle Backwaters sta cercando di recuperare il ritardo accumulato rispetto all’intraprendenza di Pechino nel continente nero, che registra  dei flussi commerciali di gran lunga superiori rispetto a quelli indiani.

Da qui, l’obiettivo dei prossimi summit di intensificare la proiezione politica ed economica dell’India in Africa attraverso una diversificazione della cooperazione e un’intensificazione delle relazioni tra i due attori con un’agenda nuova e interessante nei confronti del continente.

Oltre allo scambio commerciale, l’interesse reciproco tra India e Africa risiede negli investimenti esteri. I paesi africani offrono un grande potenziale per gli asset di punta dell’economia indiana: la tecnologia, l’informatica, l’ingegneria, il tessile, i servizi finanziari, i prodotti farmaceutici, il turismo.

Si tratta di settori in cui il know how indiano consente ai paesi africani, sulla base della politica di partenariato plurale e strategico messa in piedi dall’Unione africana per liberarsi dalla dipendenza di sviluppo dall’Occidente, di estendere il raggio delle proprie scelte politiche e commerciali e, nel caso specifico di Nuova Delhi, di introdurre un attore politico ed economico in piena espansione interessato non solo alle fonti energetiche, ma anche ad altri settori diventati prioritari per lo sviluppo dei sistemi economici africani.

In tale contesto emerge che, rispetto all’antagonista cinese, l’India ha un’identità di sviluppo più articolata che potenzialmente potrebbe essere funzionale ai processi di modernizzazione delle economie africane. La Cina in Africa ha una presenza significativa nei comparti degli idrocarburi, delle infrastrutture, dell’industria mineraria. Si tratta di segmenti industriali legati fondamentalmente al settore secondario.

L’india, invece, non solo è interessata alle riserve energetiche e minerarie africane, diventate ormai imprescindibili per mantenere i livelli di crescita attuali, ma anche al settore terziario, in specie alla fornitura di servizi e di merci aventi un elevato valore tecnologico e ingegneristico, nonché alla fornitura di servizi e macchinari per il settore sanitario. E l’Africa ha tutto l’interesse a diversificare gli investimenti in questi settori andando oltre lo sfruttamento delle risorse naturali.

Primo partner commerciale indiano nel continente è la Nigeria, leader nella produzione di petrolio nell’Africa subsahariana, seguito dal Sudafrica, paesi dove l’India è soprattutto in cerca di preziose materie prime per alimentare la sua crescita economica. Al contrario della Cina, però, l’India punta anche agli investimenti privati nel settore dei farmaci generici e nella produzione di antiretrovirali con le società Cipla e Ranbazy; oltre alla telefonia mobile con Bharti Airtel e Zain Telecom. Senza trascurare anche il comparto della chimica, come dimostra il dinamismo della compagnia indiana Tata Chemicals in Tanzania.

Per di più, a differenza di Pechino, Nuova Delhi è forte di un legame storico in Africa, legato ad una presenza condivisa con il colonizzatore britannico e a una solidarietà che risale agli anni della decolonizzazione e del movimento dei paesi non allineati, al quale, all’inizio degli anni sessanta, la quasi totalità del continente africano aderì in blocco intorno al principio di indipendenza politica dalle grandi potenze.

La partnership tra il subcontinente indiano e i paesi africani, è stata ufficialmente siglata in occasione del primo India-Africa Forum, tenuto a Nuova Delhi nell’aprile del 2008 e concluso con l’adozione una Dichiarazione finale in cui l’India e i paesi africani, in qualità di “paesi vicini sull’Oceano Indiano”, hanno riconosciuto posizioni comuni in una serie di questioni critiche, come il degrado ambientale, i cambiamenti climatici, le negoziazioni commerciali multilaterali, la riforma delle istituzioni internazionali (prime tra tutte l’Onu e istituzioni di Bretton Woods), il rispetto e la tutela dei diritti umani, il terrorismo internazionale, il traffico illecito di armi, la non proliferazione di armamenti di distruzione di massa, la lotta al narcotraffico, la promozione del pluralismo e della democrazia e l’attuazione di uno sviluppo sostenibile.

Importante notare che la Dichiarazione di Delhi contiene anche una chiave di lettura politico-diplomatica. Nel caso della tanto agognata riconfigurazione organizzativa del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la candidatura dell’India a membro permanente avrebbe potuto ricevere l’importante appoggio dei paesi dell’Unione Africana.

L’India sta dimostrando la ferma intenzione di recuperare in Africa tutto il tempo perduto rispetto al rivale cinese. Al momento, però, non è possibile stabilire se la Tigre asiatica riuscirà a recuperare il gap nei confronti del Dragone nell’accesa competizione per assicurare la propria presenza sui mercati del continente africano. A riguardo, risulta interessante l’opinione di Mwaura Kimani, editorialista economico del settimanale ‘The East African’, per cui sarò proprio l’Africa ad avere tutto da guadagnare.

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