L’Unesco si mobilita per i manoscritti di Timbuctù

APphoto_Mali FightingDopo l’annuncio del direttore generale dell’Unesco Irina Bokova di venti giorni fa a Dakar, parte la mobilitazione dell’organizzazione dell’Onu per ricostruire il patrimonio storico e culturale della città di Timbuctù, distrutta dagli jihadisti di Ansar Dine e di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), che per mesi l’hanno occupata.

Due giorni fa, nel corso di una conferenza stampa a New York, il numero uno dell’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la scienza e la cultura ha spiegato che grazie al sostegno offerto da Sudafrica, Francia, Norvegia e Lussemburgo la prima delegazione di esperti potrebbe partire per il Mali già la settimana prossima.

Bokova ha parlato, in particolare, dei manoscritti, alcuni dei quali risalenti al XIII secolo,  che ha definito una ricchezza straordinaria e che sono stati bruciati dai miliziani islamici. La diplomatica bulgara ha tenuto a precisare che “la missione è anche mirata ad impedire il contrabbando dei manoscritti finiti nelle mani degli estremisti”.

Lo scorso anno i militanti islamisti hanno distrutto diversi templi e dato alle fiamme alcune delle 24 biblioteche pubbliche della città del nord desertico del Mali, dove sono custoditi circa 100mila manoscritti e testi antichi.

Non è la prima volta che un esercito di occupazione mette in pericolo il patrimonio culturale dell’antica città carovaniera. Nel 1591, l’esercito marocchino invase Timbuctù per assumere il controllo sul commercio dell’oro e nel corso delle ostilità uccise e deportò la maggior parte degli studiosi, tra cui lo scrittore più famoso della “città dei 333 santi”, Ahmed Baba al Massufi, che fu costretto in esilio a Marrakech per molti anni e venne obbligato a insegnare alla corte di un pascià. Ahmed Baba tornò a Timbuctù nel 1611 e oggi l’istituto di ricerca islamica più importante della città porta il suo nome.

Nell’edificio, finito di costruire  nel 2009, sono conservati circa 20mila manoscritti databili dal XIII al XVI secolo. Una rara testimonianza scritta dell’intera storia africana fatta di migliaia di testi in arabo, ebraico antico, turco, songhai (lingua parlata nella zona orientale dell’odierno Mali), tamashek (la lingua dei tuareg) e bambara (una lingua mandingo parlata in Mali).

La ricerca storica su questi documenti ha consentito di approfondire la conoscenza della cultura africana dei secoli passati in discipline quali la legge, l’astronomia, la teologia, la medicina e il commercio, preservandone la memoria dopo l’impatto della colonizzazione europea sulle tradizioni e sulle identità culturali locali.

Un primo negativo resoconto sulla sorte dei manoscritti custoditi nelle biblioteche di Timbuctù era stato diffuso a fine gennaio, all’indomani della liberazione della città da parte delle forze speciali francesi, quando si era fatta strada la notizia della distruzione quasi totale di circa tremila testi, gran parte dei quali custoditi all’interno dell’Ahmed Baba Institute e dati alle fiamme, prima della fuga, dai miliziani jihadisti che avevano occupato Timbuctù.

Ma il direttore del Centro di ricerca islamica, Mahmoud Zouber, aveva precisato che la maggior parte dei manoscritti in possesso dell’istituto erano stati rimossi dagli edifici e portati in località sicure già da qualche mese.

In realtà, la maggior parte dei documenti storici custoditi sarebbe stata salvata grazie ad un programma di digitalizzazione, sviluppato sotto la supervisione dell’Unesco all’interno del South African-Mali project e grazie alla tradizionale vocazione alla conservazione dei documenti da parte della popolazione.

A dare conferma dell’azione di salvataggio digitale ci sono le dichiarazioni del professor Shamil Jeppie, dell’università di Città del Capo, esperto dei preziosi manoscritti della città sahariana e quelle del ricercatore, anch’esso sudafricano, Mohamed Mathee. Direttamente coinvolto nel Timbuktu Manuscripts Project, avviato nel 2003 e tuttora in corso, Mathee ha dichiarato alla BBC che “la gran parte dei manoscritti, presumibilmente il 95%, sarebbe stata salvata ben prima del recente acutizzarsi degli scontri”, che avrebbe portato i ribelli jihadisti a bruciare monumenti, biblioteche ed altri edifici prima di abbandonare la città.

Ma la digitalizzazione non sarebbe stata l’unico espediente che ha salvato i manoscritti. Secondo Mathee, una gran parte degli antichi testi era stata portata via dalla biblioteca prima che i ribelli islamisti occupassero la città nell’aprile del 2012, in virtù di una sorta di tradizione, consolidatasi nel corso dei secoli, nella protezione e nella conservazione dei manoscritti da parte degli abitanti di Timbuctù.

Anche se nella città sono in arrivo gli esperti dell’Unesco e la maggior parte dei manoscritti è scampata alla furia devastatrice di Ansar Dine, la Perla del Sahara ha comunque dovuto pagare un pesante tributo all’occupazione degli integralisti islamici. Questi ultimi, nell’applicazione alla lettera della sharia, hanno frustato le donne che non coprivano i capelli o che indossavano abiti con colori vivaci. Mentre alle ragazze è stato proibito di andare a scuola e i ragazzi sono stati reclutati nelle file dei combattenti. La musica è stata vietata e agli imam locali, che hanno osato alzare la voce contro gli occupanti, è stato imposto il divieto di parlare nelle proprie moschee.

Poi i fondamentalisti di Ansar Dine hanno raso al suolo diversi cimiteri e 14 antichi mausolei di fango e pietra che contenevano i resti di venerati santi sufi, considerati patrimonio artistico dell’umanità. Un atto scellerato che ricorda molto da vicino la distruzione dei famosi Buddha di Bamiyan, operata dai talebani. Ma questa non è l’unica similitudine che accomuna il conflitto in Afghanistan del 2001 alla crisi che negli ultimi 13 mesi ha sconvolto il Mali, dove l’unità nazionale non è mai esistita.

Categorie: Cooperazione culturale, Mali | Tag: , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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