Jihad in Africa, la direttrice del deserto

I giudici della Procura federale di New York hanno incriminato il terrorista latitante Khaled Aboul Abbas, conosciuto col nome di battaglia di Mokhtar Belmokhtar, per aver pianificato l’attacco che lo scorso 16 gennaio ha colpito l’impianto petrolifero algerino di Tigantourine, nei pressi di In Amenas, in cui morirono 38 persone, tra cui tre americani.

Le autorità statunitensi hanno mosso otto capi d’accusa nei confronti del leader jiahdista, tra cui quello di uso di armi di distruzione di massa per sostenere un crimine violento, un reato che prevede fino alla condanna a morte. Tra gli altri capi d’imputazione anche cospirazione e sequestro di ostaggi.

I componenti del commando multinazionale che hanno condotto l’azione nel deserto algerino, sotto la guida di Belmokhtar, così come gli islamisti che hanno combattuto contro la coalizione a guida francese nel territorio maliano dell’Azawad, sono quasi sicuramente scappati dall’Iraq e dall’Afghanistan, dove le tattiche occidentali di counter-insurgency sono diventate più efficaci.

E con tutta probabilità, alcuni di essi sono scampati agli attacchi dei droni americani in Yemen e in Somalia, con cui i jihadisti vengono colpiti senza la possibilità di restituire il colpo.

Quella di In Amenas non è stata dunque un’azione terroristica, ma una vera e propria operazione militare, pianificata con cura da mesi ed attuata da uomini ben armati e ben addestrati alla guerra irregolare.

Secondo l’opinione di Gilles Kepel, uno dei massimi esperti in materia, quello che sta avvenendo oggi nella fascia sahariana-saheliana è una sorta di ritorno al jihad locale.

Dopo il fallimento delle suddette guerre contro il “nemico vicino”, nel periodo compreso tra il 1992 e il 1998, Al Qaeda ha provato a colpire con il terrorismo il “nemico lontano”, attaccando tra il 1998 e il 2005, gli Stati Uniti e l’Europa, senza riuscire neanche in questo caso a conseguire il proprio obiettivo: la sollevazione dell’intero mondo islamico contro apostati e infedeli.

Nondimeno, le cronache degli ultimi anni confermano che il network jiahdista sembra aver perso terreno, sia sotto il profilo ideologico, non riuscendo ad appropriarsi delle rivolte della cosiddetta Primavera araba, sia dal punto di vista militare.

Un’operazione che va collocata nel contesto del jihad locale che il gruppo di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqmi), che ha lunghi tentacoli che si distendono dalla Mauritania al Niger, dall’Algeria al Burkina Faso, sta tentando di scatenare nella regione.

Per di più, negli intenti dei jihadisti l’operazione doveva con tutta probabilità connotarsi come un maxi sequestro di occidentali, da concludersi in Mali con il pagamento di un ingente riscatto.

Come provato dal fatto che, prima di essere sgominati in maniera alquanto grossolana dalle truppe speciali algerine, i miliziani avevano chiesto una ventina di vetture con serbatoio pieno, probabilmente per poter raggiungere l’Azawad e lì unirsi alla guerriglia dei propri confratelli.

Il timore di un nuovo “Africanistan”, come l’hanno già definito i media francesi, è quindi realistico e fondato. Specialmente se si considera che l’intera regione è popolata da stati istituzionalmente deboli, come Mauritania, Costa d’Avorio, Ciad, Niger, Nigeria.

Paesi collocati sulla linea di faglia che divide il mondo islamico dall’Africa sub-sahariana, dove le attività illecite come sequestri, contrabbando di armi, droga e sigarette, alimentano le casse di Al Qaeda e dei suoi affiliati locali, dove la povertà facilita il reclutamento di nuovi jihadisti e dove questi possono colpire l’Occidente, sequestrando i suoi lavoratori impiegati nei numerosi impianti di estrazione e colpendo i suoi interessi, soprattutto energetici.

E’ importante considerare che l’elemento islamista non è presente solo nella fascia del Sahel, come si evince dal Conflict Barometer, la pubblicazione annuale, curata dall’Istituto per la ricerca internazionale sui conflitti della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Heidelberg, che descrive le recenti tendenze e gli sviluppi per quanto riguarda i conflitti e, più in generale, le situazioni di crisi in corso nel mondo.

Nella sua ultima edizione, pubblicata nel novembre 2012 e relativa al 2011, lo studio rileva che l’elemento ideologico contava per il 9% nei conflitti del 2004, mentre oggi si è saliti al 13%.

Una tendenza che il rapporto riscontra in casi come quello della Nigeria, alle prese con i fondamentalisti islamici di Boko Haram, gruppo fondato nel 2002 a Maiduguri, capitale dello stato federale di Borno, dal leader religioso Mohammed Yusuf.

Nel tentativo di destabilizzare lo Stato federale, i miliziani del movimento integralista con i loro attentati hanno causato più di tremila vittime prediligendo, tra gli obiettivi da colpire, la comunità cristiana.

Discorso simile può essere fatto per il gruppo Al Shabaab (La Gioventù), legato ad Al Qaeda, in lotta contro il fragile governo della Somalia ormai da sette anni.

La leadership di questo movimento è emersa dall’Unione delle corti islamiche, una rete di gruppi che all’inizio del 2006 prese il controllo di Mogadiscio con il sostegno della popolazione, stremata dalle violenze dei Signori della guerra. L’Unione delle corti islamiche riuscì in un primo momento a ripristinare alcuni servizi di base, tra cui scuole e ospedali, conquistando ulteriormente il sostegno della popolazione locale.

L’apice della popolarità fu raggiunto alla fine del 2006, quando le truppe dell’esercito etiope, su forte pressione dell’amministrazione Bush, invasero la Somalia con l’obiettivo di cacciare dal paese i gruppi islamici radicali. A quel punto Al Shabaab e alcuni altri gruppi di fondamentalisti iniziarono a essere considerati eroi che combattevano per la libertà del popolo somalo.

Quando l’esercito di Addis Abeba si ritirò definitivamente dalla Somalia nel 2009, però, le varie fazioni delle corti islamiche iniziarono a lottare tra loro per la spartizione del potere. E la linea fondamentalista prevalse, così Al Shabaab ha iniziato a terrorizzare la popolazione locale nel tentativo di ripristinare uno stato islamico radicale: lapidazioni, amputazioni di arti, censura di programmi televisivi e anche di alcuni indumenti come il reggiseno. E poi molti attentati suicidi.

E’ proprio in questi contesti di conflittualità etnica, di epurazioni religiose, di totale indigenza, di tensione sociale e di mancanza di prospettiva, che i gruppi intransigenti musulmani sunniti e wahhabiti, trovano terreno fertile nel penetrare nel ventre molle della società rurale africana con il loro sostegno finanziario e la loro politica di proselitismo.

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