La mappa dei presidenti eterni dell’Africa

Il presidente angolano Josè Eduardo Dos Santos

Di recente, sulle pagine di Jeune Afrique il giornalista franco-tunisino Béchir Ben Yahmed,  lo ha definito un “male africano”, riferendosi alla regola del “ci sono, ci resto” che vale per la maggior parte dei presidenti africani, i quali una volta al potere, cercano di rimanerci il più lungo possibile.

Prendendo spunto da questo editoriale, la rivista ha deciso di creare una “mappa interattiva” dal titolo evocativo: “Se ne andrà o no? L’ultima tentazione del capo”.

Basta cliccare su un paese della mappa, per accedere alle informazioni sul presidente: da quando è al potere, quanto gli manca per finire il mandato, se cercherà di essere rieletto. Il sito offre anche una lista aggiornata dei paesi in cui la Costituzione prevede un numero indefinito di rielezioni, indicati sulla mappa con un bollino rosso.

Si scopre così che sul continente, ben dodici Stati, incluso l’Eritrea che non ha mai organizzato elezioni presidenziali, hanno modificato la Costituzione cancellando il limite dei mandati presidenziali. Inoltre non è escluso che un certo numero di presidenti uscenti, la cartina indica tra gli altri il burundese Pierre Nkurunziza, il burkinabé Blaise Compaoré, i congolesi Denis Sassou Nguesso e Joseph Kabila, e il beninese Boni Yayi, siano  tentati dal seguire la stessa strada.

Su diciannove presidenti saliti al potere nel secolo scorso e ancora oggi in carica, sottolinea ancora il settimanale, ben quattordici, vale a dire i tre quarti, sono africani. Lo stesso vale per otto dei dieci capi di stato che governano da più di due decenni e per gli unici quattro presidenti al mondo che sono al potere da oltre trent’anni.

Tra questi ultimi figura Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, ottimo giocatore di tennis, dal 1979 a capo dell’oligarchia che detiene il potere nella Guinea Equatoriale. Nel piccolo arcipelago  si ascolta una sola radio, non esistono librerie e la stampa è imbavagliata, come rileva il Committee to Protect Journalists che segnala “un ambiente mediatico tra i più repressivi dell’Africa”.

Altro presidente di lunghissimo corso è Robert Gabriel Mugabe, che da 33 anni regge col pugno di ferro le sorti dello Zimbabwe. Sei mandati presidenziali consecutivi durante i quali ha espropriato le terre dei farmer bianchi per ridistribuirle al popolo. Il suo più noto successo economico è l’iperinflazione al 231.000.000 per cento raggiunta nell’ottobre 2008. Il giudizio che l’arcivescovo Desmond Tutu ha dato di lui resta il più vicino alla realtà: l’archetipo del dittatore africano dei fumetti.

Tra i “fantastici quattro” figura anche il presidente del Camerun, Paul Biya, in carica dal novembre 1982. Per poter esercitare un nuovo mandato, tre anni fa ha fatto modificare la Costituzione. Questo gli ha consentito di presentarsi alle presidenziali del 2011, in cui è stato nuovamente eletto con il 78% delle preferenze, sebbene si sia registrato un alto tasso di astensionismo e l’opposizione abbia denunciato irregolarità nelle votazioni. Più volte condannato dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, può contare sul sostegno diplomatico di Parigi.

L’ultimo a vantare una permanenza al potere da oltre trent’anni è l’angolano Josè Eduardo Dos Santos, salito al potere nel settembre 1979, nel pieno di una guerra civile durata 27 anni, che ha provocato un milione e mezzo di morti. Due anni prima delle elezioni dell’agosto 2012, che hanno visto l’affermazione del suo partito, l’MPLA, Dos Santos aveva varato una nuova Costituzione, il cui dettato non prevede più l’elezione diretta del capo dello Stato. Così, in qualità di presidente del partito vincitore delle elezioni, è stato eletto per un nuovo mandato di cinque anni.

Tra quelli che governano da più di due decenni, merita una citazione Mswati III, ultimo monarca assoluto dell’Africa, che dall’aprile 1986 governa lo Swaziland. Lo scorso settembre, l’Economist ha raccontato la storia recente del piccolo Stato dell’Africa australe, ironizzando su una dichiarazione rilasciata lo scorso agosto dal sovrano. Dopo aver avuto una visione divina, re Mswati ha affermato che il paese non sarà più una monarchia assoluta, ma una “democrazia monarchica”. Una forma di governo “molto innovativa”, fermo restando che nello Swaziland i partiti politici sono vietati.

La consuetudine di modificare la Costituzione per assicurarsi una presidenza inossidabile vanta molti precedenti in Africa. Uno fra tutti, quello del defunto capo di Stato togolese Etienne Gnassingbé Eyadéma. La biografia ufficiale lo dipinge come “uomo di pace e di dialogo, che grazie alla sua pazienza, la sua conoscenza degli uomini e la sua straordinaria esperienza ha saputo evitare la guerra civile nel paese, riportare la pace e la concordia e consolidare l’unità nazionale”.

La realtà è ben diversa: Eyadéma, arrivato al potere nel 1967 con un colpo di stato, fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2005, instaurò un regime autoritario nel paese, come dimostrano i gravi fatti del 1991, quando una serie di manifestazioni studentesche venne repressa violentemente, lasciando decine di morti sul selciato.

Alla fine di questa rassegna, non resta che evidenziare come nei rari casi in cui i dittatori africani si sono convertiti alla democrazia, si è trattato di un cambiamento più formale che sostanziale. I  leader storici hanno mantenuto inalterata la loro autorità e anche quando qualcuno di loro ha perso le elezioni, non ha fatto altro che sostituire a una classe corrotta un’altra classe corrotta, lasciando così inalterati i metodi di gestione del potere.

Categorie: Politica, Swaziland, Zimbabwe | Tag: , , , , , , | 1 commento

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