Un codice etico contro il land grabbing

Poco più di un mese fa la Coca-Cola Company ha aderito all’appello lanciato da Oxfam e sottoscritto da 225mila consumatori della bevanda analcolica più diffusa nel mondo, per garantire il rispetto dei diritti sulle terre delle comunità di piccoli agricoltori nei paesi in via di sviluppo.

L’azienda di Atlanta renderà pubblici i nomi dei tre maggiori fornitori di canna da zucchero da cui si serve e si impegnerà attivamente nelle sedi internazionali a sostenere l’adozione di pratiche volte a contrastare il fenomeno dell’accaparramento di terre, noto come land grabbing, in altre parole l’acquisizione da parte di soggetti stranieri pubblici o privati del diritto di coltivare terreni fertili, cominciata a svilupparsi nei paesi più poveri all’inizio dello scorso decennio.

Purtroppo, come succede con lo sfruttamento di altre materie prime, a pagare le decime di questa pratica sono le popolazioni indigene, che perdono così la loro principale fonte di sostentamento, mentre a guadagnarci, ovviamente, sono i compratori, che peraltro si guardano bene dal mettere in atto qualsiasi misura di tutela ambientale a protezione del terreno. Ma anche i governi locali hanno il loro tornaconto derivato dalla cessione di smisurati appezzamenti a prezzi a dir poco irrisori, tali da rendere convenienti gli investimenti stranieri anche in zone prive di qualsiasi infrastruttura o addirittura politicamente instabili.

Questo fenomeno è cresciuto in maniera vertiginosa nell’ultimo decennio. Lo rilevano i dati forniti costantemente dal Land Matrix Project, una rete globale di ricerca che riunisce quarantacinque organizzazioni della società civile, che ad aprile dello scorso anno ha dato origine alla più grande banca dati esistente di questo tipo di transazioni fondiarie.

Il land grabbing ha subito una forte accelerazione dopo la crisi economica del 2008, come dimostrano i dati raccolti dall’International Land Coalition, che riscontrano come in questo momento nei paesi più poveri ogni quattro giorni un’area di terra grande quasi quanto il Lazio viene venduta a investitori stranieri.

Terreni che se fossero coltivati potrebbero dar da mangiare al miliardo di esseri umani che oggi soffre la fame, ma due terzi dei nuovi proprietari prevedono di esportare tutto quello che su queste terre viene e sarà prodotto.

A dare il via all’acquisto di grandi appezzamenti di terreni in Africa e in America latina è stata l’Arabia Saudita, che ha deciso di usare i petroldollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia e affittare immensi appezzamenti di terra in Zambia e in Tanzania, dove poter coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze alimentari dei sauditi.

La Cina, sempre in cerca di risorse alimentari e minerarie, ha subito seguito l’esempio di Riyadh, realizzando un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale, come prova l’acquisto di quasi tre milioni di ettari nella Repubblica democratica del Congo, di due milioni in Zambia e di migliaia di ettari in Angola, in Camerun, in Uganda e in Tanzania.

Ed è di qualche giorno fa la notizia della bonifica che la China Wanbao Oil and Grain Co Ltd. ha operato nel distretto di Xai-Xai, situato nella parte meridionale del Mozambico. L’azienda cinese ha risanato la più vasta coltivazione di riso nel Paese africano, con la benedizione delle autorità locali. Adesso, però, la Wanbao è accusata di land grabbing e dello sfollamento di 80mila persone dall’area in questione.

Uno degli episodi più clamorosi di acquisizione di terreni è avvenuto in Liberia, dove il governo di Freetown ha accordato per sessantatre anni ad un costo inferiore ai cinque dollari l’ettaro, la concessione di 310mila ettari di terre nella Liberia nord-occidentale alla Sime Darby, una società malese leader nella produzione di olio di palma.

Secondo gli accordi, il trasferimento della terra avviene nella piena disponibilità degli affittuari senza che ai contadini, che ricavavano sostentamento da quella terra, sia garantito alcun risarcimento. A sostegno degli agricoltori sono partite una serie di iniziative, anche legali, che però si sono rivelate di poco conto in ragione del fatto che dietro la Sime Darby c’è un groviglio di interessi tutt’altro che periferici, riconducibili a importanti istituti finanziari europei tra i quali Deutsche Bank, Hsbc e Standard Charter.

Tuttavia, blasonati istituti di ricerca e agenzie governative internazionali sostengono che il land grabbing potrebbe rappresentare un’importante occasione di sviluppo e apportare benefici economici, non soltanto agli investitori stranieri ma anche ai paesi destinatari degli investimenti.

Nella realtà dei fatti, i prodotti coltivati sugli appezzamenti acquistati da soggetti stranieri sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Mentre è evidente che questa corsa indiscriminata all’accaparramento delle terre, nasconde un’insidiosa forma di sfruttamento commerciale, che può creare deficit e scompensi sociali.

Scritto per Stella Nova

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Categorie: Agricoltura, Ambiente | Tag: , , | Lascia un commento

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