Madagascar, la peste nera arriva dalle carceri

L’interno di una cella del carcere di Antanimora

Nell’ottobre dell’anno dell’Incarnazione del Signore 1347, verso l’inizio del mese di ottobre, prima indizione, dei genovesi, su dodici galere, fuggendo la collera divina che si era abbattuta su di loro a causa della loro iniquità, accostarono al porto della città di Messina; da qui la gente si disperse per l’intera isola di Sicilia e quando arrivò nella città di Siracusa, quel male colpì così forte i siracusani che ne uccise molti, o piuttosto un numero immenso”…

Così un autore medioevale, conosciuto col nome di Michele da Piazza, riportava l’arrivo del contagio della peste nera in Sicilia, nella sua Historia Sicula ab anno 1337 ad annum 1361.

Citiamo questo testo perché la descrizione di quello che avvenne nella prima metà del XIV secolo nella maggiore isola italiana, potrebbe essere ancora attuale in Madagascar, la più grande isola africana, dove è scoppiata un’epidemia di peste bubbonica che, fino a questo momento, ha investito cinque distretti su centododici.

Secondo quanto riferito dal ministero della Salute malgascio, le persone colpite dalla malattia sono ottantasei, quarantadue le vittime; mentre le agenzie di stampa internazionali ricordano che già l’anno scorso era scoppiata un’altra epidemia di peste bubbonica nel paese africano, con 256 infettati e sessanta decessi accertati.

Il veicolo dell’infezione sono i ratti. In particolare, l’ipotesi degli esperti è che ad alimentare a ritmo incalzante la catena dei contagi siano le pulci dei roditori presenti in gran numero nelle carceri, infettando i prigionieri che vivono in condizioni igieniche spaventose. Sarebbero poi gli stessi detenuti a trasmettere la malattia ai visitatori.

La più grande prigione del Madagascar è quella di Antanimora, situata nel cuore della capitale Antananarivo. Questo carcere ospita più di tremila reclusi, detenuti in una situazione disumana, circondati da una popolazione enorme di topi che diffonde pulci infette attraverso scorte di cibo, coperte e vestiti.

La peste è causata dal batterio Yersinia pestis, contratto dalla puntura di pulci infette che lo trasmettono agli esseri umani. E’ popolarmente conosciuta come la morte nera, come il colore dei bubboni caratteristici della malattia. Bubbone è il termine con il quale si indica il rigonfiamento cutaneo, dal contenuto spesso purulento, generalmente edematoso e tumefatto, nettamente protruso all’infuori e dai contorni arrotondati che si manifesta in corrispondenza di un linfonodo infiammato.

Secondo le autorità sanitarie locali, la peste bubbonica può essere trattata facilmente con la somministrazione di antibiotici che rallentano lo sviluppo della malattia. Tuttavia, questa volta sono stati individuati anche alcuni casi di peste polmonare più difficile da curare, dal momento che può essere fatale in tre soli giorni.

Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, circa cinque milioni di persone sono esposte al contagio sugli altipiani del Madagascar e per i due terzi di questi potenziali appestati, il tasso di mortalità senza trattamento antibiotico è del 100%.

La maggior parte dei ceppi più comuni di peste è di origine bubbonica, nella quale da due a dodici giorni dopo il contagio, il paziente è colpito da febbre alta, brividi, dolore alle estremità, nausea, vomito e delirio. Si formano pustole nelle zone punte dalla pulce infetta; mentre i linfonodi delle zone colpite si infiammano, gonfiandosi fino a formare uno o più bubboni.

Nei casi gravi l’infezione si propaga nell’organismo, provocando insufficienza cardiocircolatoria, complicazioni renali o emorragie interne. Tali sintomi possono facilmente portare alla morte. Alternativamente, nei casi meno gravi, la febbre cessa dopo circa due settimane e i bubboni espellono pus sgonfiandosi e formando una cicatrice.

Altri tipi di peste sono quella setticemica, con un tasso di mortalità del 50% più alto di quella bubbonica, e la peste polmonare, più rara ma letale se il paziente contagiato non sia subito curato con antibiotici sin dall’insorgere dei primi sintomi.

Ogni anno, tra ottobre e marzo, in Madagascar si registrano tra trecento e seicento casi di peste bubbonica. Durante questo periodo, i presidi sanitari devono anche far fronte alle superstizioni, soprattutto nei villaggi più remoti, dove la gente pensa che la peste sia causata da una maledizione lanciata contro di loro. Di conseguenza, per timore del maleficio gli infetti si recano da qualche ‘guaritore’ che buca il bubbone e cerca di succhiare lo spirito maligno, scatenando la malattia.

La peste nera in Europa scomparve nel XVII secolo, ma resta tuttora un grave problema di salute pubblica in molte parti del mondo. Si pensa che sia arrivata in Madagascar nel 1898 dai ratti infetti presenti su navi provenienti dall’India.

Nel corso degli anni cinquanta, la malattia nell’isola è stata tenuta sotto controllo grazie a numerose campagne di vaccinazione, al miglioramento dell’igiene, alla scoperta della streptomicina e all’uso di insetticidi. Poi, nell’arco dei trent’ani seguenti sono stati registrati solo da venti a cinquanta casi annuali, ma dal 1989 il numero di casi sospetti è aumentato costantemente.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) considera l’infezione endemica in molte zone dell’Africa, in particolare nella Repubblica democratica del Congo, Madagascar, Mozambico, Uganda e Tanzania.

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La peste nera potrebbe riaffaciarsi, cosa sappiamo del batterio ultra resistente…

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