L’economia africana si trasforma lentamente

L’Africa è un continente che “cresce rapidamente, ma si trasforma lentamente”. Questo il titolo di un rapporto dell’African center for economic transformation, in cui i ricercatori dell’istituto di Accra analizzano il fenomeno ponendo in evidenza come una valida gestione macroeconomica, una migliore governance e più incentivi per il settore privato abbiano prodotto un alto livello di crescita in molti paesi africani.

Tutto questo però senza registrare successi di rilievo nella modifica delle strutture e nell’innalzamento tecnologico delle economie dei paesi africani.

Dopo essere stata per lungo tempo considerata in crisi perenne, dal 2005 l’economia sub-sahariana sta registrando un’ottima performance di crescita, che ha interessato in particolar modo alcuni paesi come Etiopia, Ruanda, Uganda, Ghana e Tanzania, che si stanno avvicinando ai tassi medi annui di crescita del Pil raggiunti dai paesi dell’Asia orientale nella prima metà degli anni novanta.

Di fronte a tanta euforia generalizzata, Dani Rodrik, docente di Scienze sociali presso l’Institute for Advanced Study, un centro di ricerca teorica con sede a Princeton nel New Jersey, si interroga per quanto tempo ancora tale performance possa essere sostenuta.

L’economista turco, che aveva previsto il tracollo dell’eurozona, pone in evidenza come la crescita sub-sahariana sia stata guidata da una combinazione di fattori esterni (aiuti, riduzione del debito e sfruttamento delle materie prime) e dall’eliminazione di alcune aberrazioni politiche del passato.

Rodrik sottolinea nello specifico come la produttività nazionale sia stata spinta da un aumento della domanda di beni e servizi domestici, combinato con un utilizzo delle risorse più efficiente, ma senza aver ancora individuato da quali settori dovrebbero arrivare i profitti per mantenere un livello sempre alto di produttività.

Anche l’AfricanEconomic Outlook 2013, focalizza la sua attenzione sulla necessità di accelerare la trasformazione delle economie dei paesi africani per creare posti di lavoro più numerosi e qualitativamente migliori.

Il rapporto, frutto di uno studio congiunto della Banca africana di sviluppo, del Centro per lo sviluppo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), della Commissione economica per l’Africa e del Programma Onu per lo sviluppo, esamina le prospettive di crescita economica dell’Africa.

Nel documento è più volte evidenziato che per garantire uno sviluppo umano più equo occorre accelerare il ritmo della trasformazione strutturale, per consentire alle economie africane di diventare più competitive e creare un numero maggiore di posti di lavoro.

Per questo è essenziale diversificare le fonti delle attività economica, puntando sulle infrastrutture, servizi educativi, mercati più grandi e più aperti. Inoltre, è necessario ottimizzare lo sfruttamento delle risorse naturali, comprese quelle agricole, con una migliore gestione della proprietà terriera.

Il rapporto si sofferma sul fatto che il compito di garantire che i profitti ricavati dallo sfruttamento delle risorse vadano a beneficio di tutta la società spetta ai governi e agli investitori, i quali dovrebbero, ad esempio, capitalizzare nella formazione di manodopera.

L’African Economic Outlook 2013, dedica anche un approfondimento all’importante questione della trasformazione strutturale, evidenziando come sebbene rispetto agli anni novanta il tasso di crescita sia raddoppiato, il rapporto posti di lavoro/popolazione, che misura la quota di popolazione occupata in lavori attivi, negli ultimi vent’anni sia rimasto sostanzialmente invariato (59% nel 1991 e 60% nel 2011).

Questo significa che la crescita, per produrre maggiori posti di lavoro, deve essere accompagnata da riforme strutturali: trasferimento di risorse economiche da attività a bassa produttività, come quelle di tipo famigliare, ad attività di maggiore produttività.

Tale modifica consentirebbe di movimentare le risorse economiche e trasferire il lavoro dalle attività tradizionali a quelle nuove che, con una produttività più elevata, garantirebbero salari maggiori e condizioni occupazionali migliori.

L’approfondimento si sofferma, in più punti, sull’interdipendenza tra l’esistenza di un forte settore legato alle risorse naturali e la crescita di attività produttive, concludendo che la trasformazione strutturale dovrà essere guidata dallo sfruttamento delle risorse agricole ed estrattive.

Del resto, molti paesi del mondo hanno già dimostrato che i settori delle risorse naturali possono essere il motore della trasformazione strutturale, a patto che i governi mettano in atto politiche volte a favorirli.

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