Il sogno del Sud Sudan è diventato un incubo

sud sudan1òIl Sud Sudan, la nazione più giovane del mondo, che dopo annose guerre civili nel luglio 2011 ha conquistato l’indipendenza da Karthoum, dalla metà dello scorso dicembre è afflitta da un conflitto interetnico che la sta lacerando.

Come in ogni guerra africana, anche stavolta è scattata quella che le note ufficiali delle organizzazioni internazionali identificano come “fase di crisi”, riepilogata con cifre da brivido dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha): circa 3,7 milioni di persone sono a rischio di malnutrizione acuta ed epidemie, oltre 250mila persone sono fuggite nei paesi vicini, mentre 700mila sono sfollate all’interno del paese, tra queste ultime si contano 379mila bambini.

Nel timore che la situazione diventi ingestibile, Ted Chaiban, direttore dei programmi d’emergenza umanitaria dell’Unicef, ha lanciato l’allarme. “Stiamo lavorando per prevenire un disastro, mentre le persone continuano a lasciare le proprie case e affrontare feroci combattimenti e violenze terribili”.

Fragile tregua. Nonostante la firma di un accordo di cessate il fuoco alla fine di gennaio, proseguono gli scontri tra le forze governative del presidente Salva Kiir Mayardit di etnia dinka e quelle di entnia nuer, fedeli all’ex vice-presidente Riek Machar, destituito dal suo incarico lo scorso luglio, insieme all’intero gabinetto, dal presidente in persona, gesto che potrebbe avallare la tesi di una deriva dittatoriale di Salva Kiir.

D’altra parte, Machar è uno dei responsabili del massacro di Bor compiuto nel 1991, quando una faida politica con il leader del Movimento armato per la liberazione del popolo sudanese (Spla/m), John Garang, portò a violenze etniche, morti civili e una terribile carestia.

Dopo la rottura della tregua, a febbraio, i combattimenti sono arrivati nella città di Malakal, la capitale dell’Alto Nilo, la più grande regione petrolifera del Sud Sudan

L’escalation della crisi ha anche indotto Papa Francesco a inviare un messaggio per chiedere la fine delle violenze, arrivare alla pace e poter assicurare gli aiuti umanitari.

Nell’esaminare questa nuova crisi africana, è importante notare che da quando si è separato dal resto del paese, il Sud Sudan non ha mai conosciuto momenti di stabilità.

La guerra per il petrolio. L’equilibrio tra il Sud Sudan e il Sudan, protagonista dal 1983 al 2005 di una sanguinosa guerra civile, è sempre rimasto molto instabile, malgrado le speranze iniziali e soprattutto a causa della gestione delle risorse petrolifere, l’unica grande fonte di sostentamento dell’economia per entrambi gli Stati.

Il conflitto è scoppiato dopo che Machar è stato accusato di aver orchestrato un colpo di stato per estromettere Salva Kiir dalla vita politica sudanese. Il presunto golpe è fallito e Machar ha negato qualsiasi implicazione in un tale progetto, affermando però di voler rimuovere Kiir dalla poltrona presidenziale.

A questo punto, i soldati della regione dei Laghi (luogo natale del gruppo etnico dei Dinka, cui appartiene l’attuale presidente Kiir) hanno intrapreso una campagna di uccisioni e saccheggi contro il secondo gruppo etnico più grande, quello dei Nuer di Machar. A queste violenze hanno fatto seguito le rappresaglie delle milizie avversarie.

La dinamica del conflitto è riconducibile alla lotta politica interna al Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm), il partito che ha guidato il Sud Sudan verso l’indipendenza nel 2011. Non si capisce, però, come una crisi politica si sia trasformata in breve tempo in un’emergenza umanitaria e in una presunta polarizzazione etnica tra Nuer e Dinka.

Il Sud Sudan sembra di nuovo piegarsi al destino impostogli per anni da Khartoum: aizzare i gruppi rivali uno contro l’altro per annientare dall’interno la guerriglia a favore della secessione. Sembra evidente che le tensioni etniche costituiscano solo un utile pretesto per giustificare quanto sta avvenendo, ma è ancora più evidente che adesso, che non esiste più un nemico esterno da combattere, la lotta si sposta all’interno dell’Splm.

Lo stallo dei colloqui di pace in corso ad Addis Abeba e la rottura della tregua raggiunta alla fine di gennaio dai delegati dell’Igad (l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo degli Stati del Corno d’Africa, della valle del Nilo e della regione dei Grandi Laghi), dimostrano che il compito dei negoziatori africani è davvero arduo.

Date queste premesse, non è azzardato ipotizzare che per evitare l’ennesima cronicizzazione di una guerra civile in Sudan sarà ancora una volta necessario l’intervento della comunità internazionale.

 

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