Burkina Faso: il corpo di Sankara non verrà esumato

sankara-Il Tribunale civile di prima istanza di Ouagadougou si è dichiarato “incompetente” in merito alla richiesta di esumazione del corpo di Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso assassinato nel 1987 durante il colpo di stato che portò alla guida del paese africano Blaise Compaoré, ancora oggi al potere.

La decisione era già stata rinviata due volte, il 5 marzo e il 2 aprile, per tale ragione gli attivisti locali per i diritti umani ritengono che la giustizia burkinabé stia ostacolando un procedura giudiziaria che potrebbe creare non pochi problemi alle più alte autorità dello Stato.

Il verdetto emesso dalla Corte è stato accolto dalle vibranti proteste di un centinaio di persone presenti in aula che hanno chiesto “la verità” per il popolo burkinabé. Molto accesa è stata la reazione di Serge Martin Bambara, detto Smockey, un cantante molto popolare in Burkina Faso, noto anche per la sua ostilità al regime.

La richiesta di esumare il corpo di Sankara era stata inoltrata per la prima volta nell’ottobre 2010 dalla moglie Mariam e dai figli Philippe e Auguste per poter prelevare campioni di dna e compararli, al fine di assicurarsi che i resti sepolti al cimitero di Dagnoen siano effettivamente quelli dell’ex capo di Stato.

A 27 anni dalla morte, non è mai stata aperta un’inchiesta per omicidio nonostante la denuncia sporta dalla famiglia dell’ex presidente, sostenuta da una nota redatta il 5 aprile 2006 dal Comitato per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite.

Secondo Benewendé Sankara e Ambroise Farama, legali della famiglia Sankara, sull’indipendenza del sistema giudiziario pesa la possibile responsabilità di Blaise Compaoré, che dal giorno dell’assassinio di Thomas e dei suoi compagni esercita le funzioni di presidente del Burkina Faso.

Per questo i due avvocati, si dichiarano convinti che l’azione legale sia un mezzo di pressione importante su un potere sempre più debole e sono determinati a ricorrere in appello contro il pronunciamento del Tribunale civile di Ouagadougou.

Thomas Sankara era giunto al potere in Alto Volta, il 4 agosto 1983, con un colpo di stato incruento. L’ex capitano dell’esercito voltaico diede inizio alla sua esperienza rivoluzionaria decidendo di cambiare il nome dell’Alto Volta, imposto dagli ex coloni francesi, in Burkina Faso, che in due lingue locali, il moré e l’ildioula, significa “paese degli uomini integri”.

Sankara si trovò a governare un paese in cui ogni cinque bambini nati, uno non arrivava a compiere un anno, il tasso di alfabetizzazione non arrivava al 2%, la speranza di vita era di soli 44 anni, con un medico ogni 50mila abitanti.

Per questo decise di attuare drastiche misure di revisione della spesa pubblica, tra le quali quella di sostituire con semplici utilitarie le auto blu destinate agli alti funzionari statali e dotate di ogni comfort. Dimostrò la sua integrità morale anche con la scelta di vivere in una modesta casa di Ouagadougou. Nella sua dichiarazione dei redditi del 1987 i beni da lui posseduti risultavano essere una vecchia Renault 5, alcuni libri, una moto, quattro biciclette, due chitarre, il mobilio e un bilocale con il mutuo ancora da pagare.

L’ex militare aveva capito che per ridare impulso all’economia burkinabé era necessario vivere all’africana, senza farsi abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa:“Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per anni”. “Consumiamo burkinabè”, si leggeva sui muri di Ouagadougou, mentre per favorire l’industria tessile nazionale i ministri erano tenuti a vestire il Faso dan fani, l’abito di cotone tradizionale, proprio come Gandhi aveva fatto in India con il khadi.

Le esigue risorse recuperate grazie a una gestione autarchica di economia chiusa vennero impiegate per mandare a scuola i bambini e per fornire cure mediche ai malati, organizzando campagne di alfabetizzazione e di vaccinazione capillare contro le infermità più diffuse come la febbre gialla, il colera e il morbillo.

L’obiettivo era di fornire dieci litri di acqua e due pasti al giorno a ogni burkinabè, impedendo che il prezioso liquido finisse sotto il controllo delle multinazionali francesi o statunitensi e cercando finanziamenti che fossero funzionali allo sviluppo idrico del paese e non al profitto di pochi avidi affaristi.

Il Burkina Faso divenne un esempio per le altre nazioni del continente africano, governate da élite corrotte e sottomesse ai dettami degli istituti economici internazionali.

Nei quattro anni della sua presidenza, Sankara aveva più volte invitato i paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale.

Dinanzi al consesso delle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1984, Sankara levò il grido di dolore di miliardi di esseri umani che soffrono sotto un sistema crudele e ingiusto: “Parlo in nome delle madri che nei nostri paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi poveri abitanti del Sahel”.

Nel 1986, durante i lavori della 25esima sessione dell’Organizzazione per l’Unità Africana (Oua) tenutasi a Addis Abeba, Sankara spiegò molto chiaramente perché il pagamento del debito doveva essere rifiutato: “Noi siamo estranei alla creazione di questo debito e dunque non dobbiamo pagarlo. […] Il debito nella sua forma attuale è una riconquista coloniale organizzata con perizia. […] Se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, ne siamo sicuri; se invece paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi”.

Thomas Sankara è stato proclamato eroe e martire della gioventù africana in occasione del Forum sociale mondiale di Nairobi del 2007.

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