Il calcio africano dopo i Mondiali del Brasile

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Tifosi della Nigeria

Calato il sipario sui Mondiali di calcio in Brasile, che saranno ricordati soprattutto per la cocente umiliazione inflitta ai padroni di casa dai neo campioni del mondo della Germania, è possibile operare una riflessione anche sullo stato del football africano. Di certo non esaltante, come si rispecchia nella decisione della Fifa di non candidare nella lista dei dieci giocatori che si sono contesi il Pallone d’oro della kermesse iridata, nessun atleta delle cinque nazionali che hanno rappresentato il continente africano nella più importante competizione calcistica (Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio, Camerun e Algeria).

Tra di esse, solo le Super aquile della Nigeria, allenate da Stephen Keshi e le Volpi del deserto algerine, guidate dall’ex attaccante iugoslavo Vahid Halilhodžić, sono riuscite a superare il primo turno e approdare agli ottavi di finale, per poi essere rispettivamente eliminate da Francia e Germania.

Purtroppo, anche in quest’edizione nessuna squadra africana è riuscita a raggiungere l’obiettivo di disputare la prima semifinale della storia dei Mondiali di calcio, ma il divario tecnico e tattico con le squadre europee e sudamericane è risultato ancora troppo eccessivo.

Sorprende, però, che neanche l’estremo difensore di origini sudafricane Tim Matthew Howard, che ha disputato un Mondiale da vero protagonista tra i pali della nazionale statunitense, sia riuscito a guadagnarsi una nomination all’ambito Guanto d’Oro, con cui la Fifa premia il miglior portiere della Coppa del Mondo.

Nella gara contro il Belgio, valida per il passaggio ai quarti di finale, Howard è stato impegnato in ben sedici parate, che hanno fermato le conclusioni a rete dei campioni dei Diavoli Rossi e gli hanno consentito di conquistare il record del maggior numero di interventi in una sola partita nella storia dei Mondiali (il precedente record era 13). Ma le prodezze del suo portiere non sono bastate al team Usa per evitare l’eliminazione ai supplementari.

Il trentacinquenne Howard, giunto al suo secondo mondiale, con le sue gesta nella Coppa del mondo in Brasile ha consolidato la sua fama di più grande portiere della storia della nazionale americana. Nonostante sia affetto da sindrome di Tourette, una malattia neurologica poco comune caratterizzata dal produrre suoni e movimenti involontari e ripetitivi, nel corso della sua brillante carriera è riuscito a distinguersi tra i pali del New York Metro Stars e a militare nelle file del Manchester United, per poi proseguire la sua carriera in un’altra squadra della Premier League inglese: l’Everton, la più antica società di calcio di Liverpool.

Il portiere è riuscito a scatenare la passione dei tifosi a stelle e strisce per il soccer che, mossi dall’entusiasmo hanno pubblicato una petizione sul sito della Casa Bianca nella sezione “We the people”, per proporlo nientemeno come nuovo Segretario alla Difesa degli Stati Uniti.

Clamoroso è invece quanto accaduto alla Federcalcio della Nigeria (Nff) che, dopo l’eliminazione dal Mondiale ad opera della Francia, è stata sospesa dal Comitato d’emergenza della Fifa per ingerenze politiche del governo nella sua gestione prima e dopo l’eliminazione dai Mondiali.

Le Super aquile, una delle rappresentative con maggior tradizione di tutto il continente africano, non potranno dunque disputare incontri internazionali fino a che sarà in atto tale sospensione. Un duro colpo per la nazionale campione d’Africa in carica.

E mentre la prima potenza economica africana dovrà restare in attesa della revoca della sospensione comminata dalla Fifa alla sua Federazione calcistica, lo Zimbabwe si propone per ospitare i Mondiali di calcio del 2034.

Non possiamo far altro che auspicare che prima d’allora il paese dell’Africa australe abbia posto fine alla drammatica crisi economica che lo attanaglia da molti anni, imputata principalmente alle sconsiderate politiche di governo del presidente Robert Mugabe.

Può darsi, che il novantenne capo di Stato africano, al potere dal 1980, alla fine di aprile abbia deciso di ridursi lo stipendio per incoraggiare la Fifa a prendere in considerazione la candidatura del suo paese.

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