Sviluppo umano, la povertà non arretra

Correva l’anno 1990, quando l’economista pakistano Mahbud ul-Haq ideò l’Indice di sviluppo umano: un indicatore di sviluppo macroeconomico basato su un metodo di calcolo molto complesso, che tiene conto di diversi parametri come l’alfabetizzazione e la speranza di vita.

Questo indicatore è tuttora utilizzato insieme al Pil, per valutare la qualità della vita nei paesi membri dell’Onu. Una valutazione che dal 1990 il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo realizza puntualmente ogni anno attraverso la pubblicazione del Rapporto sullo sviluppo umano.

Quello del 2014 è stato diffuso pochi giorni fa ed è intitolato “Rendere durevole il progresso umano: ridurre la vulnerabilità e rinforzare la resilienza”. Quest’anno lo studio dell’Undp assume una valenza ancora maggiore, poiché viene pubblicato in un momento chiave del dibattito sulla creazione di una nuova agenda per lo sviluppo, dopo lo scadere degli obiettivi del Millennio nel 2015.

Per questo, richiamano subito l’attenzione le ultime stime dell’Indice della povertà multidimensionale (Ipm), secondo le quali 1,2 miliardi di persone vivono in condizioni di povertà o al limite dell’indigenza, tirando avanti con 1,25 dollari al giorno o poco meno.

Inoltre, se prendiamo in considerazione parametri più ampi di quelli semplicemente reddituali, scopriamo che 1,5 miliardi di individui che abitano in novantuno paesi in via di sviluppo sono costretti a cimentarsi quotidianamente con situazioni di estremo disagio accentuate da carenze nel campo della sanità, dell’educazione e del livello di vita. E sono ben 800 milioni le persone che rischiano di cadere in povertà a causa di una crisi finanziaria, un disastro naturale o per altre cause come politiche pubbliche inefficaci.

Altri dati preoccupanti, dovuti a inefficienti politiche sociali che rendono il progresso lentissimo, si riassumono nell’80% della popolazione mondiale anziana che non gode di un’adeguata protezione sociale; mentre il 12% soffre la fame e il livello della possibilità di sviluppo femminile è inferiore dell’8% a quello maschile.

Quest’ultima stima si misura attraverso il Gender Development Index, che valuta il gap di genere nell’indice di sviluppo umano. In pratica, quanta differenza si registra all’interno di un paese tra uomini e donne: l’Africa sub-Sahariana è l’area in cui si è rilevato il più alto strato di diseguaglianza, mentre i paesi in cui si registra maggior parità sono la Finlandia, la Norvegia, la Repubblica Ceca e l’Islanda. Da sottolineare, che in questa particolare graduatoria l’Italia è posizionata in un poco onorevole 61esimo posto.

Anche sul versante della ricerca di un impiego stabile la situazione non è affatto rassicurante, come testimoniano gli oltre 1,5 miliardi di lavoratori occupati in maniera precaria o irregolare. Proprio la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è il problema crescente per i paesi in via di sviluppo, in particolare perché sempre più ragazzi intraprendono il percorso scolastico.

E’ interessante notare quanto dichiarato in proposito al quotidiano britannico Guardian da Khalid Malik, direttore dell’Ufficio sullo Sviluppo umano dell’Undp e principale autore del report: “Quando le persone sono più istruite, cambia il loro rapporto con la concezione di cittadinanza, e si aspettano una maggiore gratificazione dal lavoro. Il nostro rapporto mostra quanto si stia ampliando, in maniera sostanziale in Africa, il fossato tra persone che si affacciano al mondo del lavoro e reale disponibilità di posti di lavoro”.

Uno dei dati salienti del rapporto riguarda l’indice aggregato dello sviluppo umano (Hdi) in cui quest’anno l’Italia si posiziona 26esima al mondo, dietro Slovenia e Finlandia e ben lontana dal podio sul quale si confermano Norvegia e Australia, seguite da Svizzera e Olanda che avanzano a dispetto di Stati Uniti e Germania.

Principalmente sono due le tesi portate avanti dal rapporto: la prima è che il miglioramento e la protezione durevole delle scelte individuali, delle competenze sociali sono essenziali; la seconda è che le strategie e le politiche di sviluppo umano devono puntare a ridurre la vulnerabilità e a rinforzare la resilienza.

Nel report è anche specificato come progresso e sviluppo umano non riguardino semplicemente l’estensione delle opportunità di miglioramento sociale, educativo ed economico ma soprattutto la loro accessibilità in termini di sicurezza e requisiti.

E’ dunque importante misurare il grado di vulnerabilità delle classi meno abbienti, che comprendono donne, bambini, anziani, disabili e migranti. Oltre a quello di tutte le popolazioni che vivono in aree geografiche disagiate e per questo particolarmente vulnerabili agli effetti degli shock economici, delle catastrofi naturali, dei cambiamenti climatici e dei conflitti, che ancora oggi si registrano in misura molto elevata.

Per entrare nel merito della classifica degli indici di sviluppo umano, tutti i quattro gruppi di paesi, dai più sviluppati ai più arretrati, stanno sperimentando un netto rallentamento nella crescita degli indici di sviluppo.

Negli Stati arabi, Asia e Pacifico, America Latina e Caraibi, il tasso annuale di crescita degli Hdi si è dimezzato nel periodo 2008-2013, quello della crisi economica, rispetto al precedente 2000-2008.

Un aspetto positivo è costituito dal fatto che i paesi più arretrati stanno comunque crescendo a un ritmo superiore rispetto agli altri, lasciando sperare i ricercatori del fatto che il gap possa iniziare a restringersi.

Ma è pur vero che in assenza di un approccio sistematico tramite politiche e regolamentazioni sociali, i progressi di questi ultimi paesi non saranno mai equi o durevoli.

 

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