Le aziende europee alla conquista dell’Africa

L’Africa non è più solo una questione cinese. Almeno per quel che riguarda le grandi infrastrutture. Se è vero che le compagnie della Repubblica popolare continuano a dominare incontrastate le classifiche internazionali dei costruttori (cinque solo nelle prime dieci della Top global 200 construction companies di Khl), la tendenza degli ultimi anni ha cominciato a invertirsi.

I gruppi francesi, e in misura leggermente minore quelli italiani, stanno rialzando la testa. Il tema è sensibile, perché la ripresa economica di alcuni paesi del Nordafrica e soprattutto l’emergere di numerosi subshariani sta guidando una vera e propria corsa alle costruzioni pubbliche e private.

Secondo le ultime stime di Deloitte, nel continente sono in corso investimenti in mega progetti (quelli sopra i 50 milioni di dollari) per 222 miliardi di dollari. A guidare la classifica è l’Africa meridionale, seguita da quella orientale e occidentale. Di questi progetti, sempre secondo Deloitte, la Cina sta costruendo una quota pari al 12%, mentre le compagnie europee e statunitensi insieme contano il 38%.

“L’Africa – ha dichiarato all’inizio di quest’anno Donald Kaberuka, presidente della African Development Bank – ha bisogno ogni anno di almeno 100 miliardi di dollari per i suoi bisogni minimi in infrastrutture”.

La Francia sembra aver capito il messaggio. Vinci, Bouygues e Eiffage, i tre principali costruttori francesi (e gli unici europei, insieme ai tedeschi di Hochtief, a entrare nelle top ten mondiali), dopo un decennio di concentrazione sui mercati dell’Est, stanno tornando in massa in Africa.

Quest’ultima, la più piccola delle tre, al momento ha in programma l’estensione dell’autostrada Dakar-Diamniadio (Senegal), sta effettuando lavori nel porto di Lomé (Togo) e sta lavorando all’ampliamento dell’Assemblea nazionale a Libreville (Gabon).

L’obiettivo, dichiarato dal management, è quello di triplicare il giro d’affari in Africa in cinque anni e raggiungere il miliardo di dollari. Bouygues, nel 2013, ha totalizzato un portafoglio ordini in Africa pari a 688 milioni di euro e ha comunicato di voler riconquistare posizioni in Nigeria, Costa d’Avorio e Guinea Equatoriale.

Vinci, il vero colosso delle costruzioni d’oltralpe, dal canto suo dal continente non se n’è mai andato: la sua filiale, Sogea Satom, ha impianti in 20 paesi e occupa 16mila persone, con ricavi, nel 2013, in crescita del 18,5% a 1,1 miliardi di euro.

E le italiane? Non stanno ferme, anche se devono competere con i legami profondi delle cugine francesi con l’Africa subsahariana e poi con Pechino e i suoi gruppi industriali finanziati dallo Stato. Salini-Impregilo, la prima compagnia di costruzioni italiana, nata ufficialmente a gennaio dopo la fusione dei due gruppi, ha un portafoglio di tutto rispetto. In totale, alla voce lavori in corso, secondo un calcolo del MediTelegraph, ci sono progetti per oltre 8 miliardi in 8 paesi africani.

Il più grande di tutti, oltre tre miliardi, è la grande diga sul Nilo azzurro, in Etiopia. Progetto che però procede a rilento per via dei dissidi che sono nati tra Addis Abeba e il Cairo, la quale non vuole che un altro paese controlli il flusso d’acqua del suo fiume.

Segue, sempre in Etiopia, la diga idroelettrica Gibe III sul fiume Omo, iniziata nel 2006 e ormai in via di consegna. I ricavi 2013 del gruppo, ricalcolati dopo la fusione, sono saliti oltre i 2 miliardi in parte proprio grazie a queste commesse.

Trevi, compagnia che si occupa soprattutto di opere ingegneristiche, pochi giorni fa ha annunciato nuovi appalti per un totale di 135 milioni di dollari a livello globale, oltre a un accordo quadro da 380 milioni per la realizzazione di un complesso portuale in Africa, insieme a un altro partner privato internazionale. Complesso sul quale però la compagnia non ha voluto dare dettagli.

La ravennate CMC ha appena ottenuto un finanziamento da 165 milioni da Sace, il gruppo statale italiano del credito all’estero, e da Bnp Paribas per la costruzione dell’ultimo tratto dell’autostrada Luanda-Soyo, che collegherà la capitale al centro petrolifero del nord. (…) Leggi tutta l’inchiesta su The MediTelegraph

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