Ebola, il virus va combattuto in Africa

_76679843_ebola-poster-at-an-angleNegli Stati Uniti e in Spagna, i due paesi in cui si sono registrati casi letali di ebola al di fuori dell’Africa occidentale, i pazienti venuti a contatto con i malati che avevano contratto il virus sono migliorati, mentre le vittime dell’epidemia continuano ad aumentare in Guinea Conakry, Liberia e Sierra Leone.

Questo si spiega con il fatto che i sistemi sanitari dei tre paesi, dove non si riesce ad arginare il contagio, non sono assolutamente in grado di gestire l’emergenza e porre fine alla trasmissione del virus, che finora ha causato più di 4.400 morti su oltre 8mila casi di infezione registrati.

Per capire meglio la situazione, la Sierra Leone necessita urgentemente di 750 medici, 3mila infermieri e 1.500 esperti di igiene, nutrizionisti e consiglieri. E ancora più allarmante che Sierra Leone e Liberia avrebbero in tutto circa 924 posti letto per curare i malati di ebola, mentre secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ne servirebbero almeno 4.078. Dati che la dicono lunga sull’inadeguatezza dei mezzi di contrasto per tentare di riportare la situazione sotto controllo nelle due nazioni.

E sempre secondo l’Oms, se non verranno subito assegnate maggiori risorse per rafforzare i sistemi sanitari di questi paesi, l’epidemia potrà arrivare a causare fino a 10mila nuovi casi di infezione a settimana, un numero dieci volte superiore ai dati attuali, con una mortalità del 70%.

Nonostante queste previsioni, la risposta internazionale rimane piuttosto tiepida, marcata più dalla preoccupazione di sigillare le frontiere dei paesi ad alto indice di sviluppo per impedire l’arrivo del virus, che dall’affrontare la crescente minaccia del propagarsi del virus in Africa, dove dovrebbe essere effettivamente combattuto.

Il problema principale è che al momento la comunità internazionale non ha ancora messo in campo un progetto coordinato per contrastare la diffusione dell’epidemia nei tre paesi più colpiti, privi delle risorse necessarie per affrontarla.

La stessa (Oms), in un documento interno che doveva rimanere riservato, sembra ammettere di aver compiuto una serie errori nelle primi fasi della diffusione della epidemia in Africa. Una risposta del tutto inadeguata causata dall’incompetenza dello staff, dalla burocrazia, dall’utilizzo di metodi tradizionali di contenimento delle comuni malattie infettive e dalla mancanza di informazioni affidabili.

In tutte le epidemie precedenti, le nuove infezioni sono calate fino a sparire riuscendo a isolare efficacemente i pazienti e rintracciando le persone con cui erano entrati in contatto. Ma l’esponenziale aumento del numero dei contagiati indica che questa volta è molto più difficile pensare di riuscire a fermare il virus in questo modo.

Nel frattempo, in alcuni paesi dalle economie più avanzate si moltiplicano gli sforzi per sviluppare un vaccino, ma prima che questo sia pronto e che ne siano prodotte una quantità di dosi sufficiente a immunizzare l’intera popolazione a rischio, passerebbero nella migliore delle ipotesi mesi e aumenterebbe a dismisura il numero di infetti.

Nei giorni scorsi, i ministri della Salute dell’Unione europea si sono riuniti per coordinare le misure atte a identificare possibili casi di ebola nell’area comunitaria e impedire l’eventuale diffusione del virus. Tra le misure al vaglio, il rilevamento della temperatura corporea dei passeggeri dei voli provenienti dalle zone colpite, come avviene già negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia.

Una soluzione che gli epidemiologi ritengono di dubbia efficacia, perché una persona può avere la febbre per altre ragioni e inoltre il virus potrebbe entrare attraverso passeggeri già infetti, ma che ancora non mostrano i sintomi della febbre emorragica.

Va, comunque, ricordato che tutti gli esperti concordano nel ritenere impossibile una vera e propria epidemia di ebola in paesi con sistemi sanitari sviluppati. Si prevede invece l’arrivo di casi sporadici, per i quali però è fondamentale farsi trovare preparati, per evitare casi di infezione secondari che, per quanto contenuti nel numero, si sarebbero magari potuti evitare.

I paesi occidentali non sembrano dunque reagire nel modo appropriato, perché è in Africa, luogo d’origine dell’epidemia, che l’ebola deve essere combattuta. Lo dimostra il fatto che Nigeria e Senegal sono stati in grado di contenere il propagarsi del virus e debellare l’epidemia.

Come spiega Thomas Frieden, direttore dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, per proteggersi dall’ebola non è sufficiente chiudere le frontiere, ma è necessario inviare operatori sanitari specializzati e mettere in atto protocolli di assistenza nei luoghi dove il virus sta decimando la popolazione.

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