L’instabilità nel Congo orientale

Una delle aree dell’Africa sub-sahariana maggiormente caratterizzate da un perenne scenario d’instabilità è l’est della Repubblica democratica del Congo (RdC), dove l’ultima importante ribellione porta la sigla dei miliziani dell’M23, il Movimento per il 23 marzo, una formazione di matrice filo-ruandese che nell’aprile 2012 ha imbracciato le armi contro il governo centrale. Secondo i ribelli, l’esecutivo di Kinshasa era reo di non aver rispettato gli accordi di pace siglati il 23 marzo del 2009 con gli ex ribelli del Cndp (Congresso nazionale per la difesa del popolo).

Una formazione paramilitare tutsi di base nelle province orientali del Congo dal 2006 al 2010, sulla scia della quale è nato l’M23. Per un anno e mezzo, i circa tremila miliziani del movimento hanno seminato caos e morte in tutto il Kivu fino a prendere, nel novembre 2012, la città di Goma, capitale della provincia e città strategica dell’est della RdC, per poi ritirarsi alcuni giorni dopo.

La svolta finale nella guerriglia tra l’esercito regolare congolese (Fardc) e i combattenti dell’M23, è avvenuta all’inizio del novembre 2013, dopo una serie di vittorie militari di grande importanza strategica ottenute dalle Fardc, che avevano costretto i ribelli a rifugiarsi in un piccolo triangolo di terra al confine con il Ruanda. La fine ufficiale del conflitto è stata sancita il 13 dicembre dello scorso anno, con la firma a Nairobi di un accordo di pace tra i ribelli e il governo della RdC. Un’intesa non priva d’importanza per evitare che in futuro l’M23 possa riprendere la lotta armata contro Kinshasa.

Le violenze nella regione orientale del paese, però, non si sono fermate in conseguenza di alcune contese irrisolte, legate allo sfruttamento delle risorse e a questioni razziali che coinvolgono tutta la regione dei Grandi Laghi. Contese che hanno dato origine a una serie di conflitti che negli ultimi due decenni hanno colpito la RdC e che il New York Times ha definito “tra le più intricate, prolungate e mortali guerre del mondo”.

La perenne instabilità che caratterizza la zona orientale del Congo è confermata dall’intensa attività di contrasto operata dai soldati governativi delle Fardc e dai caschi blu della Missione Onu in Congo (Monusco), che non hanno tregua nella lotta ai gruppi armati operanti nel nord-est del paese.

Nel territorio del Nord Kivu, teatro dell’avanzata dell’M23, è da tempo attivo un altro gruppo che minaccia la pace e la stabilità nella regione: la milizia islamica ugandese Forze alleate democratiche-Esercito nazionale per la liberazione dell’Uganda (Adf-Nalu), costituitasi nel 1996 e il cui nome compare sulla lista dei gruppi terroristici del dipartimento di Stato americano.

A riconoscere non poche difficoltà nella lotta contro i combattenti delle Adf-Nalu è stato lo stesso portavoce militare della Monusco, il luogotenente colonnello Félix Prosper Basse, che ha spiegato come “il gruppo conservi ancora le sue capacità offensive, nonostante i duri colpi subiti dall’inizio dell’anno nelle operazioni congiunte tra soldati congolesi e caschi blu ”. A denunciare nuove violenze dei guerriglieri ugandesi dell’Adf-Nalu, che si dichiarano ancora invincibili, è stata la società civile del Nord Kivu, dopo l’ultimo attacco in un villaggio a trenta chilometri da Beni, una zona ‘controllata’ dalle truppe congolesi, in cui sono rimasti uccisi sette civili e rapite 14 persone.

La provincia orientale, nel nord-est dell’RdC sta registrando anche una recrudescenza nelle attività dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra), relative a recenti saccheggi e rapimenti nei distretti del Bas e Haut-Uélé. Secondo l’opinione di Andrew McGregor , analista della Jamestown Foundation e attento osservatore  della regione dei Grandi Laghi, l’Lra ha ridotto le proprie capacità operative rispetto a tre anni fa. Tuttavia, si sarebbe rafforzata grazie all’arrivo di nuovi miliziani dal vicino Centrafrica, dove da marzo dello scorso anno è in atto un conflitto armato.

Articolo pubblicato su Difesa.it

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