Prigionieri di un incubo di nome Ebola

La Rivista Missioni Consolata ha pubblicato un esaustivo dossier sull’Ebola curato da Paolo Moiola, che raccoglie in modo chiaro e approfondito informazioni, dati, racconti dall’Africa, tra cui un ottimo servizio di Valeria Confalonieri dal titolo “Ebola: Prigionieri di un incubo”, ripreso dal sito comune-info.net.

di Valeria Confalonieri*

Anno 2013. Inizio di dicembre. Il piccolo di due anni non sta bene, ha la febbre, è molto debole, sembra gli facciano male i muscoli, la testa, la gola. È piccolo: difficile capire. Potrebbe essere un’infezione virale, passerà. Ma poi compare vomito, diarrea. Sarà una forma gastrointestinale, ce ne sono spesso in giro, meglio portarlo dal pediatra.

Il bambino però non è in Italia, è in Africa: vive in Guinea, Guéckédou, una regione boschiva. Non è così facile portarlo da qualcuno che lo visiti. E possono essere tante le cause del suo malessere: potrebbe essere malaria, tifo, colera, meningite o una delle altre patologie infettive diffuse in questo continente, spesso con nomi sconosciuti o dimenticati da molti nel Nord del mondo.

La situazione non migliora perché questa non è una delle solite malattie con cui quotidianamente la popolazione si confronta, spesso avendo la peggio.

Ecco, si potrebbe immaginare così l’inizio dell’ultima epidemia di Ebola, una febbre emorragica causata da un virus che l’Africa ha già conosciuto. La prima volta è stata nel 1976. Poi l’Ebola si è ripresentata, con epidemie mortali in alta percentuale.

Questa volta, dalla vittima morta a dicembre e identificata (ma soltanto il 22 marzo) come il “caso indice”, noto anche come “paziente zero”, (forse) il primo dell’epidemia (1,2,3), l’infezione si è diffusa con velocità, dimensioni e portata assai maggiori rispetto alle occasioni precedenti, passando dalla Guinea ai paesi vicini, Liberia e Sierra Leone, e poi arrivando anche in Nigeria e Senegal.

Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) (4), al 7 settembre 2014 i casi (tra probabili, confermati e sospetti) in Africa occidentale erano quasi 4.400, con circa 2.200 morti, praticamente uno su due.

Nel continente non c’è però un sistema sanitario che permetta di avere dati certi che coprano tutto il territorio, comprese le zone rurali più distanti. E poi la gente ha paura e non tutti – lo vedremo più avanti – vanno a farsi visitare. Per questo le cifre potrebbero essere incomplete o non precise, senza contare che sarebbero da aggiornare ogni giorno (sul sito del Center for Disease Control and Prevention è possibile trovare dati aggiornati N.d.r.).

Dopo Guinea, Liberia e Sierra Leone, a fine luglio 2014 l’infezione è arrivata anche in Nigeria, con la morte di un paziente liberiano arrivato in aereo a Lagos.

Nell’ultimo rapporto dell’Oms in Nigeria sono stati contati 21 casi (tra confermati, probabili e sospetti) e 8 morti (4). Infine, è stato segnalato un caso anche in Senegal, a fine agosto: un paziente arrivato a Dakar dalla Guinea.

Al 7 settembre i casi erano tre, nessun morto. L’8 agosto, a nove mesi dall’ipotizzato inizio dell’epidemia, il direttore generale dell’Oms ha dichiarato l’Ebola un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale (5) e il 28 agosto ha pubblicato una roadmap per assistere governi e partner nei piani di risposta all’epidemia e coordinare il supporto internazionale (6).

All’inizio di agosto sono stati segnalati casi anche nella Repubblica democratica del Congo, ma a inizio settembre l’Oms ha affermato che quest’epidemia è slegata da quella che sta flagellando l’Africa occidentale da fine 20137. In ogni caso, anche in Congo R.d. l’Ebola ha seminato morte, con 35 decessi  fra operatori sanitari (7) su 62 casi (8).

Quel fiume in Congo

Era il 1976 quando, nella Repubblica democratica del Congo e in Sudan, fu identificato per la prima volta il virus responsabile della malattia. Allora si era trattato di due epidemie contemporanee, causate da due sottotipi diversi (sono in tutto cinque) del virus: quello chiamato “Zaire”, responsabile anche dell’epidemia attuale, e il tipo “Sudan” (9).

Il nome Ebola deriva dall’omonimo fiume, vicino alla zona del Congo ove si era verificata l’epidemia (Yambuku). Da allora varie segnalazioni di casi singoli e di epidemie (24, la maggior parte causate dal sottotipo Zaire) si sono succedute in diversi paesi africani. Le ultime segnalazioni del 2012 provenivano dall’Uganda e ancora dalla Repubblica democratica del Congo. La letalità è stata diversa, passando dalla più bassa del 25% (dunque, un malato morto ogni quattro) alla più alta del 90% (nove morti ogni dieci malati).

Cosa favorisce la diffusione

Riguardo all’epidemia attuale – cominciata in Guinea sudorientale nel dicembre 2013 –, sembra che i primi pazienti si siano ammalati perché esposti a cacciagione locale infetta e che la diffusione sia poi stata veicolata dalla partecipazione a cerimonie funebri che hanno portato al contatto con persone morte per l’Ebola o con persone già infettate (10).

L’Oms ha segnalato tre fattori principali responsabili della diffusione dell’Ebola (11). In primis, aspetti culturali come la mancanza di fiducia, preoccupazione e resistenza nei confronti delle raccomandazioni di sanità pubblica volte a prevenire la diffusione e bloccare il contagio.

Rientra in questo anche la mancata ricerca dell’assistenza sanitaria (in paesi in cui la rete sanitaria è fragile e precaria), la scelta di curare i malati a casa e di tenerli nascosti, la partecipazione a cerimonie funebri con rituali che espongono al contagio.

Un altro aspetto critico è rappresentato dai massicci spostamenti delle persone sia all’interno dei paesi che attraverso le frontiere. Un terzo fattore è venuto dalla non completa copertura dell’epidemia con misure di contenimento efficaci, quindi una risposta inadeguata alla dimensione e diffusione del contagio.

La trasmissione

Il virus dell’Ebola causa una febbre emorragica molto pericolosa e spesso fatale negli esseri umani, tanto da poter uccidere fino a nove persone su dieci infettate (12). Finora le epidemie si sono verificate in villaggi isolati, vicino alle foreste tropicali, in Africa centrale e dell’Ovest.

Il virus viene trasmesso alle persone da animali e un tipo particolare di pipistrello – appartenente alla famiglia Pteropodidae – ne viene considerato l’ospite naturale . L’infezione viene trasmessa dal contatto con sangue, secrezioni o altri fluidi del corpo di animali infettati dal virus. Una volta passato dall’animale all’uomo, il virus si trasmette da una persona all’altra secondo modalità analoghe, attraverso il contatto diretto o indiretto con sangue e fluidi del corpo (13).

I riti attorno al defunto

Uno dei problemi affrontati dagli operatori sanitari nella prevenzione della diffusione del virus, è quello delle cerimonie di sepoltura, come racconta Maria Cristina Manca, antropologa di Medici senza frontiere, che ha lavorato diverse settimane in Guinea, proprio a Guéckédou dove pare tutto sia iniziato.

Le ritualità intorno alla morte – ci racconta – sono fondamentali. Sia i malati, sia i morti, vengono appoggiati, seguiti, aiutati da tutte le persone che sono loro vicine. Per i malati ciò accade a causa della mancanza di un servizio sanitario. L’unico servizio presente è a pagamento: per questo le persone non vanno a farsi curare o comunque ci vanno soltanto se sono molto gravi. Quando arriva la morte, vi sono una serie di congiunti che lavano il corpo, lo vestono, lo abbracciano, lo baciano. Più l’individuo deceduto era importante, più cresce il numero di soggetti coinvolti. Addirittura, se il morto era influente nel villaggio, la salma viene portata a “salutare” una serie di persone. Tutto questo significa circolazione del virus tra chi lava il corpo, chi si trova nel luogo in cui viene portato, chi arriva da lontano per salutarlo: a questa mobilità enorme corrisponde un’enorme diffusione. Per il rischio di contagio, è chiaro che il corpo non si deve né toccare, né lavare, né abbracciare. Ci sono tuttavia alcune cose che si possono fare. L’Ebola è una malattia terribile, che obbliga a soluzioni drastiche. Personalmente, quello che ho cercato di fare è stato di non vietare il rito ma di trasformarlo, nei limiti del possibile. Per esempio, nel sacco bianco, dove bisogna porre il corpo del malato morto di Ebola, si possono collocare gli oggetti rituali che in genere vengono messi nella tomba; le persone, con guanti e protezioni adeguate, possono prendere il sacco e tumularlo; si può anche esporre il corpo, purché a metri di distanza e con le precauzioni del caso; infine si può concedere un ultimo saluto, un’ultima preghiera prima che il sacco venga chiuso”.

Senza medici e infermieri

L’incubazione della malattia – dal momento dell’infezione all’inizio dei sintomi – può variare da 2 a 21 giorni. I sintomi comprendono febbre, debolezza intensa, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, cui seguono vomito, diarrea, segni sulla pelle, malfunzionamento di reni e fegato e in alcuni casi, sanguinamenti sia esterni sia interni.

Le persone sono infettive finché il sangue e le secrezioni contengono il virus, che può rimanere in circolo per un certo periodo anche dopo la guarigione (14).

In questa epidemia è stato alto il prezzo pagato da chi lavora per curare gli ammalati. Infatti, proprio la modalità di trasmissione dell’infezione espone a un alto rischio il personale sanitario, anche a causa dei sintomi che all’inizio sono poco specifici (la conferma di infezione da Ebola è possibile solo tramite esami di laboratorio).

Al 7 settembre erano 144 gli operatori sanitari deceduti in Guinea, Liberia e Sierra Leone su 301 casi di contagio (15). E questo in paesi dove vi è una scarsità di base di personale sanitario, sia medico che infermieristico: già prima della morte degli operatori sanitari, vi erano soltanto 90 medici in Liberia e 136 in Sierra Leone, paesi che ne avrebbero bisogno rispettivamente per circa dieci e venti volte di più. E in Guinea la situazione è solo lievemente migliore, con 1.000 medici per più di 11 milioni di persone (16).

Clara Frasson, di Medici con l’Africa-Cuamm, all’ospedale di Pujehun in Sierra Leone per un progetto di aiuto a mamme e bambini, descrive la devastazione di un paese in ginocchio.

A causa dell’epidemia, il sistema sanitario, messo in piedi con grandi sforzi, è in crisi. Le mamme non fanno più le visite prenatali, non portano i bambini a vaccinare; le gravide riprendono a partorire in casa senza assistenza; i malnutriti non vanno più ai centri dove potrebbero essere nutriti correttamente, curati e salvati. Questa emergenza è paragonabile alla guerraL’economia del paese è allo stremo, il commercio è interrotto, le compagnie aeree non fanno più scalo a Freetown. Molte zone del paese sono chiuse e la popolazione non può più muoversi liberamente. Il cibo comincia a scarseggiare, non è ancora la stagione del raccolto e purtroppo le persone stanno usando le scorte alimentari destinate alla vendita o alle sementi. Tutte le persone (familiari, amici, ecc.) che hanno avuto contatto con un malato vengono poste in quarantena per 24-25 giorni. Con il teamsanitario del distretto noi organizzazioni distribuiamo cibo, che però non è mai sufficiente. I prelievi di sangue di persone con sintomi di Ebola vengono portati a Kenema, dove c’è l’unico laboratorio nazionale in grado di testare il virus. Se il risultato è positivo, il paziente viene trasferito in uno dei due centri di trattamento del paese, che non bastano più. È stato programmato un controllo casa per casa in tutta la Sierra Leone per trovare tutti i malati di Ebola, dato che purtroppo si nascondono, e tutte le persone e familiari che sono stati a contatto con loro e che sicuramente verranno contagiati. Qui la foresta è grande ed è facile nascondersi. Per fermare questa epidemia l’unica soluzione è trovare le persone malate, isolarle, trattarle e cercare di tenerle in vita. Abbiamo visto che, se si cura precocemente, la sopravvivenza è alta. Usiamo tutti i mezzi possibili per informare la popolazione, perché abbia fiducia nel sistema sanitario: non è facile ma è la nostra sfida. Un sistema che ora è al collasso e che, dopo l’Ebola, bisognerà riorganizzare completamente. Questa nuova emergenza ha portato ancora povertà, morte e disperazione. I nostri colleghi africani hanno paura che ce ne andiamo. Ogni giorno ci cercano, se non ci vedono mandano messaggi, telefonano, chiedono dove siamo. Per loro siamo una speranza ed è per questo che teniamo duro: rimaniamo nonostante il rischio reale”.

 Costruire il presente e il futuro

Oltre alla difficile diagnosi, alla modalità di diffusione, alla mortalità alta, al rischio per il personale sanitario in paesi dove la situazione assistenziale di base è già assai precaria, si aggiunge un altro punto critico di questa infezione: la mancanza di una terapia specifica.

Al momento non vi sono infatti vaccini disponibili (anche se sono allo studio), non vi sono farmaci, e quelli sperimentali provati non hanno ancora dato risultati certi e non sono diffusamente disponibili (17,18).

Al momento quindi la terapia possibile è solo quella di reidratazione, supporto e assistenza del paziente. La prevenzione, il monitoraggio, il controllo rappresentano quindi una strada fondamentale da percorrere per arginare e interrompere le epidemie da Ebola, e far sì che una diffusione del genere non si ripeta.

Questa tragedia ha sottolineato ancora una volta la debolezza e fragilità dei sistemi sanitari africani. E la necessità di investire nel loro rinforzo perché possano far fronte alle emergenze, ma anche ai bisogni sanitari della quotidianità.

Fonti bibliografiche

1 – Ebola: a failure of international collective action, The Lancet (editoriale), 23 agosto 2014.
2 – Gostin LO, Ebola: towards an International Health Systems fund, The Lancet, 5 Settembre 2014.
3 – «Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute», http://www.epicentro.iss.it.
4 – World Health Organization, Ebola Response Roadmap Situation, Report 3, 12 September, http://www.who.int.
5 – World Health Organization, Who Statement on the Meeting of the International Health Regulations Emergency Committee Regarding the 2014 Ebola Outbreak in West Africa.
6 – World Health Organization, Ebola response roadmap, 28 agosto 2014.
7 – World Health Organization, Virological analysis: no link between Ebola outbreaks in west Africa and Democratic Republic of Congo.
8 – World Health Organization, Ebola virus disease – Democratic Republic of Congo, 10 settembre 2014.
9 – World Health Organization, Ebola virus disease. Fact sheet N. 103.
10 – Fonte citata, nota 3.
11 – World Health Organization, Ebola virus disease, West Africa – update. Disease outbreak news, 3 July 2014.
12 – Fonte citata, nota 9.
13 – World Health Organization, Frequently asked questions on Ebola virus disease.
14 – Fonte citata, nota 9.
15 – Fonte citata, nota 4.
16 – Fonte citata, nota 2.
17 – Fauci AS, Ebola – Underscoring the Global Disparities, in Health Care Resources, New England Journal of Medicine, 13 agosto 2014, http://www.nejm.org.
18 – Goodman JL., Studying “Secret Serums” – Toward Safe, Effective Ebola Treatments, New England Journal of Medicine, 20 agosto 2014, http://www.nejm.org.

*Specializzata in giornalismo medico-scientifico, membro dell’Osservatorio italiano sulla salute globale

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