Biocarburanti: le “insostenibili” monoculture africane

Nel 2004, l’Istituto Copernico dell’Università di Utrecht previde che se il mercato dei biocarburanti fosse continuato a crescere, l’Africa sarebbe diventata il più grande produttore mondiale essendo il continente che dispone della maggiore estensione di terre coltivabili a basso costo.

Trascorsi dieci anni, la previsione del Centro di ricerca olandese per lo sviluppo sostenibile non si è concretizzata come dimostra la piccola quota di produzione a livello globale attualmente rappresentata dall’Africa. Ma nel corso del decennio il continente ha individuato in questo settore una concreta opportunità di sviluppo economico, come dimostra il cospicuo aumento degli investimenti per la produzione e il commercio su larga scala di questi combustibili in Etiopia, Malawi, Mozambico, Nigeria, Sudan, Tanzania e Uganda.

L’ultima conferma di questo fenomeno giunge dalla provincia sudafricana di Limpopo, dove gli agricoltori locali potranno presto raccogliere la prima coltivazione di piante di tabacco geneticamente modificate per ottenere biocarburante sostenibile per l’aviazione.

L’attività nasce dal progetto Solaris, lanciato ad agosto da Boeing, South African Airways (Saa), SkyNRG e Sunchem SA, che hanno intrapreso una collaborazione per sviluppare una catena di fornitura di biocarburante per l’aviazione tramite una pianta di tabacco nicotine-free chiamata Solaris.

L’olio ricavato dai semi delle piante potrà essere trasformato in biofuel addirittura già dal 2015 e se il test sulla coltivazione a Limpopo avrà successo, il progetto sarà esportato in tutto il Sudafrica e potenzialmente anche in altri paesi.

Per avere un quadro più completo della questione, occorre tener presente che il biocarburante per l’aviazione è frutto di una tecnologia collaudata e testata, ma attualmente costa più del doppio rispetto al combustibile di origine fossile e non risulta ancora conveniente per un utilizzo quotidiano.

Ciononostante, da quando questo propellente nel 2011 è stato approvato per l’uso commerciale, le compagnie aeree hanno condotto oltre 1.600 voli passeggeri usando agrocarburante.

Secondo Boeing e Saa, il biocarburante sostenibile per l’aviazione prodotto dalle piante Solaris sarebbe in grado di ridurre il ciclo di vita delle emissioni di carbonio dal 50 al 75%, assicurando il pieno rispetto della soglia di sostenibilità definita dalla Roundtable on Sustainable Biomaterials. In pratica, anche questo nuovo tipo di biocarburante avrà il vantaggio di determinare un impatto ambientale più basso rispetto ai prodotti ricavati dalla lavorazione dei combustibili fossili.

Di certo, però, non mancano gli effetti negativi sul continente africano derivanti dalla produzione del petrolio verde, a partire dal “furto” delle terre con conseguente penalizzazione delle colture destinate a uso alimentare e aumento dei beni di prima necessità nel resto del mondo.

Lo dimostra un recente studio condotto dalla società francese di consulenza manageriale Aets per conto della Commissione europea, in cui viene evidenziato come le politiche varate nel 2007 da Bruxelles, secondo le quali, entro il 2020, il 10% dei carburanti europei dovrà avere origine agricola, nei prossimi anni potrebbero far crescere in maniera rilevante il prezzo di granturco, grano, canna da zucchero, olio di semi e oli vegetali.

Sulla questione pesa anche il taglio indiscriminato delle foreste per far spazio alle coltivazioni estensive destinate alla produzione di biocarburanti. Una pratica che può determinare un rilevante incremento delle emissioni di gas nocivi, come già accaduto in Brasile, Indonesia e Malesia.

Del resto, buona parte del mondo scientifico ha più volte denunciato l’incoerenza ecologica dell’utilizzo dell’etanolo come carburante, puntando l’indice sulle devastanti conseguenze dal punto di vista climatico delle monoculture estensive, che sono spesso sottratte all’agricoltura a scopi alimentari o a ecosistemi di pregio anche per gli equilibri climatici.

Le vaste colture dedicate abbinate ad una sovente bassa o bassissima densità energetica, aumentano la pressione sugli ecosistemi contribuendo all’eliminazione della biodiversità animale e vegetale nelle regioni in cui vengono praticate.

Nel frattempo, nel continente africano si cominciano a prendere le dovute contromisure per arginare l’arrivo degli investitori stranieri nel settore dei biocarburanti. E’ il caso del progetto sperimentato in Ghana dalla Gadco (Global agri developement company), una società fondata da due ex operatori della City londinese, Toks Abimbola e Iggy Bassi.

Nel paese dell’Africa occidentale, dove abbondano gli esempi di agrobusiness selvaggio, con l’accaparramento, da parte di investitori stranieri, dei diritti su vaste aree di terreno per destinarle alla coltura di cereali per la sintesi di biocombustibili, la Gadco ha realizzato a un progetto che con il pieno sostegno del governo punta a produrre riso nel distretto di South Tongu, regione dell’Alto Volta.

La Gadgo porterà avanti l’iniziativa in stretta collaborazione con i Fievie, un popolo di piccoli agricoltori che vivono in villaggi sparsi nelle campagne intorno al lago Volta, evitando di puntare su un’agricoltura commerciale su vasta scala, ma seguendo un modello più sostenibile attraverso il diretto coinvolgimento dei contadini locali.

Un approccio innovativo che dovrebbe rivelarsi vincente e che ha indotto il governatore del distretto Daniel Alormeku, a dichiarare che South Tongu è destinato a diventare il “cesto del riso del Ghana”.

Per adesso, il progetto della Gadgo ha già raggiunto un importante risultato: quello di rappresentare un valido esempio per lo sviluppo rurale delle comunità agricole povere nei Paesi africani e un’alternativa sostenibile alle monocolture estensive di piante destinate alla produzione di biocarburanti.

Scritto per Eastonline

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