Cosa può imparare l’Africa dal boom dell’Asia orientale?

Nel rapporto sullo stato della popolazione nel mondo pubblicato dall’Unpfa, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, si sottolinea che la presenza record di 1,8 miliardi di giovani dai 10 ai 24 anni nel mondo rappresenta una enorme opportunità per cambiare il futuro del pianeta.

Tuttavia, secondo l’organizzazione di New York questa enorme forza di innovatori, leader, creatori e costruttori potrà portare a un cambiamento solo se avranno le capacità professionali, la salute, potere decisionale e libertà di disporre della propria vita.

Investire nel capitale umano dei giovani può dunque aiutare i paesi africani a trarre vantaggio da un dividendo demografico (vale a dire la quota di crescita economica potenziale che risulta dall’aumento della  popolazione produttiva) che può migliorare il reddito pro-capite e il tenore di vita, ma anche togliere centinaia di milioni di persone dalla povertà.

La transizione demografica in atto in molti paesi in via di sviluppo si traduce nell’aumento della popolazione in età lavorativa, che può rappresentare una potente leva per la crescita economica.

In Asia orientale, in un periodo storicamente breve, lo sfruttamento del dividendo demografico ha trasformato l’economia e ha contribuito in modo sostanziale a una crescita media annua del 6% del reddito pro-capite tra il 1965 e il 1995.

Se l’Africa sub-sahariana si baserà sull’esperienza dell’Asia orientale, adattandola al contesto locale e operando analoghi investimenti rivolti alla fascia giovanile, la regione potrebbe sperimentare un suo miracolo economico, registrando un incremento per le sue economie fino a 500 miliardi di dollari ogni anno per i prossimi trent’anni.

Il Sud-est asiatico, in particolare, offre un interessante caso di studio. Nel 1950, le Filippine, la Thailandia e la Repubblica di Corea avevano tutte circa la stessa popolazione, circa venti milioni di abitanti e un Pil pro capite simile, compreso tra 800 e 1.000 dollari.

Gli investimenti operati nella Corea del Sud in materia di istruzione, sanità e la pianificazione familiare volontaria, hanno ridotto il tasso di fertilità più rapidamente che in altri paesi, con conseguente minor numero di dipendenti e più risorse disponibili per creare o espandere le imprese, costruire infrastrutture e operare investimenti produttivi che hanno portato alla crescita economica.

Tra il 1950 e il 2008, il Pil della Corea del Sud è cresciuto di circa il 2.200%, quello della Thailandia del 970%, mentre nelle Filippine è aumentato soltanto del 170%.

Gli sforzi della comunità internazionale per sradicare la povertà e realizzare in questo modo uno sviluppo umano sostenibile che includa il benessere economico, non andranno a buon fine sino a quando i giovani, in particolare le ragazze, vedranno negati i propri diritti e un’equa partecipazione alla vita dei loro paesi.

Promuovere le pari opportunità per tutti può avere un esponenziale impatto positivo sulle economie nazionali. Questo significa garantire anche la tutela dei diritti delle donne, che nelle comunità più povere sopportano il peso maggiore dell’arretratezza culturale ed economica. Nel contempo, assicurarne l’inclusione, in particolar modo di quelle più giovani, nel mondo del lavoro.

Investire nella popolazione giovanile, significa consentire ai paesi in via di sviluppo di sfruttare i loro dividendi demografici con il conseguente aumento del reddito pro capite per i decenni a venire.

I fattori chiave di tale investimento includono l’educazione, la salute, compreso il raggiungimento dei massimi standard di salute sessuale e riproduttiva, la formazione professionale, la creazione di posti di lavoro e la parità per le donne e le ragazze.

Il successo dei nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile dipenderà da come i giovani sapranno plasmare il futuro.

Fonte: How We Made It In Africa

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