Burundi: la crisi, le violenze, la pressione Ue

In Africa la storia si ripete. Cambiano i luoghi, gli attori ma la trama è sempre la stessa. Un nuovo capo di Stato, intravedendo la fine del suo potere decide comme d’habitude di modificare la costituzione per poter restare in sella. Risultato: l’esercito si ribella, in alcuni casi anche la popolazione, e si da vita a un colpo di Stato o una guerra civile.

di Stefania Carbone*

Questa volta il protagonista della storia è il Burundi. La causa principale della crisi si racchiude nella candidatura del presidente Nkurunziza ad un terzo mandato, in occasione delle elezioni del 26 giugno prossimo.

Alcuni membri del partito di governo Cndd-Fnn hanno chiesto inutilmente al presidente di rinunciare, ma sono stati espulsi dal partito stesso. La reazione dei burundesi è stata repentina e migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale Bujumbura per manifestare contro la decisione di Nkurunziza.

Il 13 maggio scorso, approfittando dell’assenza del presidente, in Tanzania per un summit della Comunità dell’Africa orientale, il generale Nyombare, ex capo dei servizi segreti, ne aveva annunciato alla radio la destituzione e la formazione di un governo transitorio in vista delle elezioni.

Il successo era stato però solo temporaneo. Dopo alcune ore Nkurunziza aveva annunciato a sua volta, con un tweet, di aver sventato il colpo di Stato e di avere la situazione sotto controllo.

Ad oggi non è chiaro chi controlli effettivamente il paese. L’esercito è spaccato tra i sostenitori del presidente e quelli di Nyombare.

Le manifestazioni sono ancora vive e nei giorni scorsi si sono registrate le prime vittime. Si parla di circa venti. Molti burundesi, già in ginocchio dalla fame, cercano rifugio nei paesi vicini. Secondo le stime dell’Unhcr i profughi sono circa 100mila.

Il bollettino non è dei migliori, anche se la crisi burundese non ha le sembianze di una crisi etnica. I gruppi che si oppongono al presidente sono costituiti sia da tutsi che da hutu e lo stesso governo è composto da esponenti di entrambi i gruppi etnici.

Nessuno può però assicurare che la crisi rimanga una mera lotta per il potere e che le rivalità etniche non vengano strumentalizzate.

Il problema principale, infatti, sono le fragili basi su cui si fonda la “democrazia” burundese: gli accordi di Arusha, firmati nel 2000. L’intento di questi accordi era evitare che il paese, divorato da una guerra civile iniziata nel 1993, cadesse nel vortice della violenza etnica come il vicino Ruanda.

La pressione internazionale

Dopo settimane di violenza l’Onu ha inviato il Rappresentante speciale Said Djinnit, per stimolare il dialogo tra opposizione e governo. I colloqui però sono stati presto interrotti dalla notizia dell’uccisione, in una sparatoria del 23 maggio, di uno dei leader del dissenso, Zeidi Feruzi (leader del piccolo partito Unione per la pace e la democrazia).

L’Unione europea, pur non condividendo la ri-candidatura di Nkurunziza, ha deciso di organizzare una nuova missione elettorale, richiamando le parti al rispetto dell’accordo siglato nel 2013 per l’organizzazione di elezioni libere e democratiche.

L’importanza del monitoraggio elettorale è stata tra l’altro al centro del vertice degli Stati della Comunità dell’Africa Orientale, tenutosi domenica 31 maggio in Tanzania.

Durante l’ultimo Consiglio degli Affari esteri del 18 maggio scorso, l’Ue aveva reiterato l’appello alle autorità burundesi a risolvere le controversie in maniera pacifica, nel rispetto degli accordi di Arusha, pena il ritenere le violenze come una violazione dei diritti umani e quindi come un’inadempienza delle obbligazioni derivanti dagli accordi di Cotonou che regolano la cooperazione tra i due partner.

Una scelta che potrebbe significare un ripensamento della collaborazione. In caso di continuazione delle violenze l’Ue ha poi minacciato di portare la vicenda all’attenzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

L’instabilità politica in Burundi non è accettabile sia da un punto di vista geopolitico che umanitario. I disordini interni rischiano infatti di mettere ancor più in ginocchio una popolazione già flagellata dalla fame.

Al momento, però, non si può sapere se le pressioni siano sufficienti a far desistere Nkurunziza dal candidarsi. Per adesso, l’unico risultato ottenuto all’indomani del vertice dei paesi della Comunità dell’Africa Orientale a Dar Es Salaam, è stato lo slittamento delle elezioni amministrative che si sarebbero dovute tenere venerdì.

Per quelle presidenziali invece nulla sembra essere cambiato. La speranza è che perlomeno si svolgano nel rispetto dei principi democratici e che il popolo burundese possa decidere liberamente il proprio destino.

*Fonte: Rivista Europae

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