La classe media africana è veramente in crescita?

20120818_WBP001_0__1437039579_46708La classe media in Africa è stimata sull’ordine di 300-350 milioni di abitanti, ossia l’equivalente della popolazione complessiva degli Stati Uniti. L’insorgere di questa realtà, che rappresenta uno degli elementi chiave del recente sviluppo del continente, è stato favorito dalla crescita economica che ha concesso l’opportunità a molti africani di avere un potere di spesa.

Le stime della Banca di sviluppo africana indicano che negli ultimi trent’anni anni la classe media in Africa è triplicata mentre, sulla base del trend di crescita attuale, starebbe aumentando di oltre tre milioni di persone l’anno. Tutto ciò lascia supporre un’accelerazione verso i servizi finanziari per accompagnare questo sviluppo.

Tuttavia, le recenti notizie di tagli al personale e chiusura di uffici in diversi paesi da parte di multinazionali che in Africa hanno operato massicci investimenti, potrebbe lasciar spazio alla considerazione che si stia valutando il fenomeno con un ottimismo esagerato.

Uno degli esempi più calzanti a riguardo è il caso della Nestlè, che un mese fa ha annunciato il taglio del 15% della sua forza lavoro in ventuno paesi africani, tra cui il Kenya, Repubblica democratica del Congo e l’Angola.

L’ingente riduzione del personale operata dal colosso alimentare svizzero trarrebbe origine dall’erronea valutazione dell’ascesa della classe media nel continente africano, che nelle previsioni degli analisti della multinazionale era stata decisamente sovrastimata.

Per questo, Cornel Krummenacher, direttore generale di Nestlé per l’Africa equatoriale, intervistato il mese scorso dal Financial Times, ha dichiarato che la classe media in Africa è estremamente ridotta e senza prospettive di crescita.

Un’affermazione che non lascia spazio a molte interpretazioni e si basa sulla negativa performance economica che l’azienda di Vevey ha registrato nella regione, dove il fatturato non è stato assolutamente in linea con le previsioni di crescita iniziale stilate nel 2008, quando Nestlé decise di intensificare la propria espansione nei mercati sub-sahariani costruendo nuovi stabilimenti.

Un’accelerazione messa in atto con l’obiettivo di raddoppiare il volume di affari ogni tre anni, in netto contrasto con le ultime stime che rilevano una potenziale crescita massima annua del 10% nel prossimo quinquennio.

Così, Nestlé ha chiuso definitivamente i suoi uffici in Ruanda e Uganda, riducendo del 50% la sua linea produttiva e potrebbe anche chiudere alcuni dei suoi quindici magazzini entro settembre.

In definitiva, Nestlé, che negli ultimi dieci anni ha investito quasi un miliardo di dollari in Africa, dopo aver costatato che gli strateghi aziendali avevano completamente sbagliato le loro previsioni, ha dato corso a una drastica politica di riduzione delle risorse impiegate nella regione.

Tutto questo, potrebbe insinuare dei dubbi sul fatto che la classe media in Africa non sia così emergente come le stime ci hanno indotto a credere.

Resta però il fatto che questi mercati sono dominati da imprese famigliari, che basano gran parte del loro successo sul know-how locale e sulla vendita di prodotti a basso costo. Le aziende straniere che non si adeguano a questo consolidato modello operativo incontrano difficoltà a imporre i loro prodotti nei mercati locali.

Per questo, tra gli investitori esteri attirati dal miraggio di una classe di consumatori in crescita, Nestlé non è stato l’unico a essersi scontrato con le difficili condizioni operative. Anche altre importanti multinazionali come Coca-Cola, Cadbury e Eveready, sono state costrette a mettere in atto piani di riorganizzazione aziendale, sopprimendo posti di lavoro e chiudendo fabbriche, come avvenuto di recente in Kenya.

Ad aver inciso pesantemente sulle deludenti performance africane di questi colossi è stata anche la carenza infrastrutturale, che incide pesantemente sul costo dei trasporti.

Occorre però evidenziare che le ristrutturazioni operate sono in contrasto con la crescita dell’Africa, che spinta dai consumi ha attirato numerosi investitori in cerca di nuovi mercati in rapida espansione. Lo dimostrano due aziende del calibro di Walmart e Carrefour, che nel corso di quest’anno apriranno nuovi centri commerciali in molte zone del continente.

Riguardo l’affermazione della classe media in Africa, nell’aprile di quattro anni fa, la Banca africana di sviluppo pubblicò un rapporto, in cui era stimato che il 34% della popolazione dell’Africa, più di 300 milioni di persone, già nel 2010 erano entrati a far parte del ceto medio.

Lo stesso dato è stato confermato in un altro più recente rapporto, pubblicato alla fine dello scorso ottobre dallo European Centre for Development Policy Management (Ecdpm).

Lo studio spiega che sono i paesi con un settore privato robusto ad avere abbondanza di esponenti della classe media: al nord il 77% della popolazione ne fa parte; nell’Africa centrale il 36%; mentre al sud e all’ovest il 34%; in ultima posizione l’est, con solo il 25%. Inoltre, la corposa ricerca stima che nel 2060, ben il 42% della popolazione africana potrà rientrare in questa categoria.

Le valutazioni sembrano senza dubbio incoraggianti, ma nell’immediato non possiamo dimenticare che la stragrande maggioranza degli africani continuano a vivere poco sopra o al di sotto della soglia di povertà, con evidenti differenze tra i paesi.

Scritto per Eastonline 

Categorie: Economia, Sviluppo | Tag: , , , | Lascia un commento

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