Il Mali a un passo dalla pace

06_22_2015Mali_Peace__1437041468_41211È arrivato, pare, un punto di svolta per la crisi maliana, cominciata nel marzo 2012 quando i ribelli tuareg del nord fondarono il Movimento nazionale di liberazione dell’Azwad sfidando il governo centrale di Bamako.

di Stefania Carbone*

Per tre anni, il Mali è stato testimone di una lunga e sanguinosa guerra civile, che oltre a causare centinaia di perdite, ha destabilizzato non solo il nord, ma anche il cuore amministrativo del paese.

All’indomani dello scoppio delle ostilità, un golpe mise fine al governo del presidente Amadou Toumani Touré, per poi arrivare a dare vita a un governo di transizione guidato dal presidente del Parlamento Dioncounda Traoré.

Quest’ultimo ha poi traghettato il Paese, verso le elezioni presidenziali vinte da Keita e nella gestione della crisi stessa, fino ad arrivare all’accordo di pace redatto il 14 maggio ad Algeri e firmato il 20 giugno scorso tra il governo di Bamako e le parti in conflitto: tre rappresentanti dei gruppi filogovernativi e due membri del coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma).

Il contenuto dell’intesa e il ruolo dell’Ue

L’alto rappresentato per la politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, e il Commissario per la cooperazione internazione, Neven Mimica, hanno accolto positivamente questa decisione, ritenendola un passo importante nel processo di pace e nella consolidamento della sicurezza nell’intera regione.

L’Unione europea è stata parte integrante del processo di pace, insieme all’Algeria (principale mediatore), alla Cedeao, alle Nazioni Unite, all’Organizzazione della cooperazione islamica e al Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Niger e Nigeria. Stati, questi ultimi, che hanno subito notevolmente le conseguenze della crisi maliana.

L’accordo, oltre alla fine delle ostilità, prevede una serie di misure di decentralizzazione dei poteri a favore della regione di Azwad, necessarie a salvaguardare l’unità nazionale. Inoltre, un piano di sviluppo è stato portato a termine grazie all’intervento di donatori internazionali. A tal proposito l’Ue ha stanziato per il Programma indicativo nazionale più di sei milioni di euro per il periodo 2014-2020.

I rischi per il futuro

Tuttavia, le difficoltà principali si manifesteranno nella’attuazione dei tre principali obiettivi dell’accordo: smilitarizzazione, smobilitazione e reintegrazione dell’Azwad. All’indomani della firma, sono stati registrati degli attacchi jhiahdist a nord, che se non arginati potrebbero mettere a repentaglio la riuscita del processo di pace.

Per questo motivo, tutti gli attori che hanno preso parte ai negoziati, inclusa l’Ue, hanno sottoscritto l’impegno di aiutare il governo di Bamako in questa delicata transizione. E la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, Minusma, avrà un ruolo di guida nell’attuazione dell’accordo di pace.

La Minusma avrà, a detta della Mogherini, anche pieno supporto da parte dell’Ue, che dal canto suo parteciperà attivamente non solo attraverso le missioni Pesd (nello specifico Eutm Mali ed Eucap Sahel Mali), ma anche e soprattutto attraverso le strategia di cooperazione allo sviluppo pianificata per la regione.

L’accordo di pace è un passo importante per la “riunificazione” del Paese africano e non solo, in quanto potrebbe avere delle conseguenze positive in tutto il Sahel, date le interdipendenze della sicurezza tra gli Stati della regione.

Ma un’analisi in questa direzione potrebbe essere troppo pretenziosa, se prima non si comprendono le intenzioni dei gruppi di ribelli che non hanno firmato l’accordo: il movimento di liberazione dell’Azwad (Mnla), l’alto Consiglio per l’Unità dell’Azwad (Hcua) e il movimento arabo dell’Azwad (Maa).

*Fonte: Rivista Europae

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