Il Papa coraggiosamente aprirà il Giubileo in zona di guerra

Lo storico annuncio di Papa Francesco di aprire il Giubileo della Misericordia nella Repubblica Centrafricana, in occasione della messa che il Pontefice celebrerà nel penultimo giorno del suo viaggio africano, costituisce un gesto che segnerà in maniera inequivocabile l’inizio dell’Anno Santo.

Una decisione senza precedenti di valore altamente simbolico per ridare la speranza alla popolazione del paese martoriato dalle violenze scoppiate nel marzo 2013, quando gli ex ribelli della coalizione Seleka presero il potere con un colpo di stato.

Un aspro conflitto che ha già provocato oltre seimila morti, trascinando il piccolo Stato nella spirale dello scontro interreligioso con il rischio tangibile di una degenerazione incontrollata della situazione politica e della sicurezza.

Il Santo Padre si accinge a portare la sua testimonianza di fede e di solidarietà in un Paese dove il prossimo 13 dicembre si dovrebbe finalmente votare per eleggere un nuovo Parlamento e un nuovo presidente, dopo i numerosi rinvii dovuti ai grossi problemi di organizzazione e alle ripetute violenze tra gli ex ribelli filo-islamici Seleka e le milizie di autodifesa anti-balaka, definite cristiane e appoggiate dai lealisti del deposto presidente François Bozizé.

Nei giorni scorsi, si sono susseguite le notizie di nuovi scontri armati, che hanno provocato numerosi morti e feriti. Secondo quanto riportato da fonti locali, sarebbero state anche bruciate delle case e una chiesa protestante.

Il persistere delle violenze, che hanno diviso il paese lungo linee etnico-religiose, potrebbe ritardare ulteriormente le elezioni e far annullare la visita di Papa Francesco e di conseguenza anche la possibilità di aprire il prossimo Giubileo nella cattedrale di Nostra Signora dell’Immacolata Concezione, che all’inizio della guerra civile venne saccheggiata dalle milizie di Seleka.

Infatti, i funzionari vaticani che in questi giorni si trovano a Bangui per definire i dettagli della visita papale, hanno già spiegato che se la situazione nel paese dovesse precipitare la tappa verrà cancellata e, dopo essersi recato in Kenya e Uganda, il Papa potrebbe rientrare in anticipo a Roma direttamente da Entebbe.

Nei giorni scorsi, il presidente ad interim Catherine Samba-Panza ha chiesto alla MINUSCA, la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, di restituire le armi confiscate all’esercito per permettere ai suoi soldati di fermare le violenze, nell’imminenza dei due cruciali eventi che segneranno la storia centrafricana: la visita del Pontefice e le elezioni.

Le tensioni, però, sussistono anche all’interno del governo, come evidenziato dalla sostituzione del ministro della Difesa e di quello della Pubblica Sicurezza avvenuta alla fine di ottobre, dopo il duro confronto nell’ambito del Consiglio nazionale di transizione seguito agli scontri che hanno scosso la capitale a settembre.

Secondo gli ultimi dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, quasi 400mila persone sono fuggite nei campi durante il conflitto e circa 460mila hanno cercato rifugio nei vicini Camerun, Ciad, Congo e Repubblica democratica del Congo.

Da queste cifre, si evince che a causa della crisi circa il 25% della popolazione è stata spostata e l’attuale stato di instabilità politica ne ha ulteriormente deteriorato le già difficili condizioni in cui versava prima del conflitto, con più del 30% dei centrafricani che non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici.

Nonostante la sua posizione geografica nel cuore dell’Africa centrale, equidistante dal Mediterraneo e dal Capo di Buona Speranza, il Centrafrica è relegato ai margini del mondo e primeggia, invece, nel sottosviluppo, come testimonia la sua costante presenza nei bassifondi della graduatoria mondiale dell’Indice di sviluppo umano.

Tutto questo, mentre i rapporti interreligiosi, che in Centrafrica sono sempre stati buoni, sono stati gravemente intaccati dall’avvento della Seleka e la successiva formazione degli anti-balaka (il cui nome deriva da antiballes-AK, riferendosi alla credenza che i ‘grigis’, gli amuleti tradizionali che i suoi miliziani indossano diano l’immunità ai proiettili dell’AK-47).

Per capire meglio le radici dell’attuale crisi nella Repubblica Centrafricana è possibile leggere un rapporto dell’Instituto Español de Estudios Estratégicos (Ieee), dove si evidenzia che il conflitto in atto non è di natura religiosa, bensì politica ed economica sullo sfondo di uno Stato in decomposizione che non è riuscito ad assicurare decenti condizioni di vita ai suoi cittadini, mentre la debolezza delle forze armate e degli apparati di sicurezza, così come l’assenza di un sistema giudiziario, hanno lasciato la strada aperta alle attività di gruppi armati, signori della guerra, mercenari e criminali, che hanno diffuso la cultura della violenza nel paese.

In questo drammatico scenario, la Chiesa locale, guidata dall’arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonné Nzapalainga, si sta impegnando instancabilmente per far ritornare la pace e promuovere il dialogo interreligioso e la coraggiosa decisione di Papa Francesco lo rilancerà, rendendo il prossimo Giubileo ancora più straordinario.

Scritto per Eastonline

Categorie: Conflitti, Crisi umanitarie, Repubblica Centrafricana | Tag: , , , | Lascia un commento

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