Il grande esodo dei talenti africani

La fuga dei cervelli dall’Africa verso i paesi occidentali in cerca di opportunità di lavoro qualificato e di formazione di alto livello, sta depauperando il continente dei suoi migliori talenti e, pur essendo uno dei problemi africani meno noti, contribuisce in maniera incisiva ad alimentare la viziosa spirale del sottosviluppo e della povertà.

Le rilevanti dimensioni del fenomeno sono riportate nel Global Competitiveness Report 2014-2015 del World Economic Forum (Wef). Importante osservare, che gli esperti della fondazione internazionale di Cologny indicano che il paese africano con il più alto tasso di fuga dei cervelli è il Burundi, precipitato in una crisi politica ed economica, innescata dieci mesi fa dalla rielezione del presidente Pierre Nkurunziza, che ha già provocato circa 500 vittime.

E’ evidente, che la nazione africana sta pagando le decime di un’esigua classe intellettuale capace di far sentire la propria voce nelle fasi di crisi e conflitto.

Il problema però non è solo del Burundi, ma coinvolge anche Algeria, Mauritania, Ciad e Guinea, che figurano negli ultimi posti della graduatoria stilata dal Wef, che ne evidenzia la pressoché totale carenza di meritocrazia nell’assegnazione di un posto di lavoro.

La scorsa settimana, in occasione della cerimonia di inaugurazione del nuovo anno accademico della International University of Management (Ium) di Windhoek, David Namwandi, fondatore dell’ateneo ed ex ministro dell’Educazione della Namibia, ha definito la fuga dei cervelli come una delle sfide chiave per le istituzioni terziarie in Africa, spiegando che tale fenomeno continua ad influenzare negativamente tutto il continente.

Namwandi ha poi aggiunto, che “un terzo di tutti gli scienziati africani vivono e lavorano nei paesi sviluppati”. “Tale dato rappresenta una significativa perdita di potenziale economico per il continente e per questo ha invitato i governi africani adottare misure drastiche per invertire questo trend negativo”.

Per arrestare la fuga dei cervelli, Namwandi ha proposto maggiori investimenti in Università e centri di ricerca e la concessione di un sostegno finanziario ai giovani ricercatori.

Uno studio dell’Università di Ottawa, pubblicato sul British Medical Journal, ha valutato che i paesi sub-sahariani che investono nel perfezionamento professionale degli operatori sanitari hanno perso circa due miliardi di dollari a causa dei medici, che dopo essere stati formati hanno lasciato i loro paesi, per cercare lavoro nelle nazioni più sviluppate.

Lo studio ha rilevato che il Sudafrica e Zimbabwe sono i due paesi che hanno subito le peggiori perdite economiche dovute ai medici emigrati all’estero, mentre l’Australia, il Canada, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti ne hanno tratto i maggiori benefici.

Inoltre, il trasferimento di operatori qualificati dai paesi più poveri a quelli più ricchi ha acuito il problema della debolezza dei sistemi sanitari nei paesi a basso reddito, dove spesso si combattono epidemie di malattie infettive come l’Hiv/Aids, la tubercolosi e la malaria.

Un rapporto congiunto della Divisione popolazione del dipartimento degli Affari sociali ed economici delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha rilevato che un africano su nove con istruzione terziaria vive e lavora nei paesi sviluppati.

Il numero di migranti africani è cresciuto di oltre il 50% negli ultimi dieci anni, più di ogni altra regione del mondo, mentre negli ultimi due decenni il numero dei professionisti africani emigrati nei paesi occidentali è triplicato.

Secondo recenti dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), un terzo degli intellettuali del continente attualmente vive all’estero e almeno 20mila universitari altamente qualificati ogni anno lasciano l’Africa.

Lo scotto di questo esodo viene pagato in termini di strutture di gestione carenti, ma l’aspetto più importante del problema consiste nel deficit di risorse umane qualificate, che costringe i Paesi africani a colmare i vuoti provocati dalla mancanza di personale specializzato locale, facendo ricorso a società e tecnici occidentali, con un aggravio della bilancia dei pagamenti e del fardello del debito estero.

Una relazione della Banca Mondiale, datata maggio 2006, commentava le conseguenze in termini economici: “La fuga di cervelli è un doppio colpo alle economie dei paesi più poveri che, non solo perdono le loro migliori risorse umane e il denaro investito nella loro formazione, ma che devono anche pagare circa 5.600 milioni di dollari annui per colmare il vuoto lavorativo lasciato dagli espatriati”.

Purtroppo, trascorsi dieci anni, il grande esodo è ancora in corso e i paesi poveri continuano a stipendiare con elevati salari gli specialisti nordamericani ed europei che sostituiscono gli emigrati.

Scritto per Eastonline

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