Un “corridoio umanitario” italiano per i profughi siriani

Amura ha due anni. È un bambino siriano, nato dalle macerie di quella che era la città di Homs, quasi rasa al suolo già nel primo anno di conflitto. È nato dalle macerie, non tra le macerie: i suoi genitori sono scappati quattro anni fa dalla Siria, rifugiandosi in Libano, rincorrendo una sicurezza e un posto migliore, anche se spesso non stabile.

A lui è capitato di nascere nel piccolo campo profughi di Tell Abbas, nel nord del Libano, a pochi chilometri dal confine siriano: un piccolo pezzo di terra ricoperto da tende, un cortile fangoso per cui pagare un affitto, uno dei tanti luoghi di sopravvivenza autogestiti, non ufficiali, difficili.

Nei suoi due anni di vita non ha mai visto una scuola vera, un ospedale, un parco giochi, una casa sua, altri bambini che non fossero suoi cugini, suo padre andare al lavoro. Ma non ha neanche mai visto una spiaggia affollata, un barcone instabile, un mare freddo, un giubbotto salvagente, un centro per l’identificazione, una lunga strada da camminare a piedi, un muro coperto da filo spinato.

Amura è uno dei 93 profughi siriani che hanno potuto raggiungere l’Italia attraverso un corridoio umanitario. Amura è un bambino fortunato?

Il corridoio umanitario

Nato dall’iniziativa della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese Valdesi, con il supporto fondamentale dell’Ong Mediterranean Hope e sotto l’egida del governo italiano, il corridoio umanitario rappresenta, almeno per quanto riguarda il conflitto siriano, la prima esperienza europea di accoglienza protetta, consentita dalla clausola umanitaria espressa dall’articolo 25 degli Accordi di Schengen.

Ha permesso di far arrivare in Italia i primi 93 profughi siriani, e altri 907 ne seguiranno, con un visto temporaneo di un anno, durante il quale verrà valutata la loro domanda di asilo politico. L’intero progetto è stato finanziato senza che lo Stato italiano spendesse un solo euro.

Un biglietto aereo Beirut – Roma costa intorno ai 300 euro con Alitalia, che è pur sempre meglio di una carretta del mare, che di euro ne può costare fino a qualche migliaio in più.

All’aeroporto di Fiumicino, il 29 febbraio, c’era una folla di giornalisti a attenderli, c’erano le autorità, c’era il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a parlare di “messaggio all’Europa”. C’erano i volontari di Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace, che con loro hanno vissuto nel campo profughi, condividendo la vita e le paure, cercando di diminuire la distanza tra i ruoli assegnati: il profugo siriano, il libanese invaso, l’italiano timoroso e impotente.

I 93 siriani, 41 di loro minori, sono stati accolti in diverse strutture sul territorio italiano. Qui a Trento, dove è arrivato Amura insieme a altri 28 suoi famigliari, la diocesi ha ristrutturato sette appartamenti in una struttura altrimenti inutilizzata, mentre la Provincia sostiene finanziariamente il progetto di accoglienza, nei metodi già utilizzati a favore dei richiedenti asilo dislocati sul territorio italiano.

Una soluzione?

Amura mi sorride felice, e con lui mi sento molto meno in difficoltà a comunicare che con gli adulti, visto l’ostacolo della lingua araba. Da settembre, forse prima, frequenterà una scuola, ora ha una casa per lui e per la sua famiglia e inshallah un giorno potrà salutare suo padre prima che vada al lavoro.

La domanda però rimane: Amura è un bambino fortunato? Nell’ottica delle migliaia di minori che sono ammassate a Calais, a Idomeni, sulle coste greche o nei campi turchi, dei bambini che sono rimasti in un Libano sempre più sovraffollato o in una Siria sempre più martoriata, Amura è indubbiamente fortunato: non ha dovuto conoscere il mare, la paura, i trafficanti di persone che lucrano sull’ultima speranza.

Nell’ottica occidentale, Amura non è un bambino fortunato: è nato in un campo profughi, ha conosciuto la sofferenza di genitori costretti alla fuga, non ha avuto accesso ai più fondamentali diritti del bambino.

Allargando l’immagine: i corridoi umanitari possono essere una soluzione per la cosiddetta “emergenza migranti”? Nell’ottica dei richiedenti asilo, nell’ottica delle tante persone occupate nell’accoglienza, nella solidarietà, nel difficile compito di costruire alternative gravide di speranza, i corridoi umanitari possono essere una soluzione: possono fiaccare il criminale mercato degli scafisti, regolare i flussi migratori offrendo un approdo sicuro e controllato, evitare la difficile, e al limite del lecito, pratica della redistribuzione tra gli Stati membri dell’Ue.

Non sembra essere questa, purtroppo, l’ottica della maggioranza dei capi di Stato e di governo, più intenti a proteggere la fortezza Europa, imbrigliati dal loro sentirsi sotto assedio.

Scritto da Daniele Marchi – volontario di Operazione Colomba

Fonte: Rivista Europae 

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