Ebola uccide ancora, l’Oms però aveva previsto nuovi focolai

World_Health_Organization_decl_860x450_c__1458913190_26243I nuovi casi di ebola registrati nei giorni scorsi in Guinea erano stati previsti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che dopo aver ufficializzato la fine dell’epidemia di ebola in Africa occidentale aveva invitato a non abbassare la guardia sul rischio di nuovi focolai.

L’organismo di Ginevra aveva avvertito che che pur avendo interrotto tutte le catene di trasmissione del virus, l’allerta non era completamente finita e che dovevano essere messi in conto eventuali ritorni di ebola. Per questo era necessario mantenere la massima operatività nella prevenzione e nel contrasto del virus.

Quanto previsto dall’Agenzia Onu si è puntialmente avverrato nel villaggio di Korokpara, nel sud-est della Guinea, proprio dove nel dicembre 2013 si era registrato il primo caso della peggiore epidemia di ebola della storia.

I nuovi casi d’infezione sono stati confermati lo scorso 16 marzo dal portavoce dell’Unità speciale per l’ebola del governo di Conakry, Fode Tass Sylla. E adesso, dopo nemmeno tre mesi dalla dichiarazione ufficiale di ebola-free da parte dell’Oms, l’ex colonia francese si ritrova a doversi cimentare con il mortale virus, che finora ha provocato due nuovi decessi accertati, oltre ad altri tre probabili, per i quali non è stato possibile effettuare i test perché i corpi erano stati sepolti prima delle analisi.

Nel frattempo, le 816 persone che potrebbero essere venute a contatto con le vittime sono state poste sotto sorveglianza.

Dopo la segnalazione, il ministero della Salute di Conakry, l’Oms, l’Unicef e i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie degli Stati Uniti (Cdc), hanno tempestivamente inviato un’équipe di specialisti, che ha disposto l’immediato ricovero in una clinica di due parenti dei morti: una donna e suo figlio di cinque anni, risultati positivi ai test.

Tutto ciò ha indotto anche gli organismi sanitari regionali a riavviare la campagna di contrasto della malattia e ha spinto la Liberia ad annunciare la chiusura delle frontiere con la Guinea, come misura precauzionale.

Tuttavia l’Oms, dopo aver dichiarato lo scorso 29 gennaio la fine dell’epidemia di ebola nell’Africa occidentale, aveva invitato a non abbassare la guardia sul rischio di nuovi focolai, spiegando che pur avendo interrotto tutte le catene di contagio, l’allerta non era affatto finita perché nell’organismo di alcuni sopravvissuti il virus può resistere anche un anno dalla fine dell’infezione.

Nella sostanza l’organismo di Ginevra aveva avvertito che eventuali ritorni di ebola dovevano essere messi in conto e Liberia, Guinea e Sierra Leone, i tre Stati dove si è concentrata l’epidemia, devono mantenere la massima operatività nel prevenire, rilevare e contrastare nuovi focolai.

Non è però la prima volta, che si segnalano nuove infezioni dall’annuncio ufficiale della fine dell’epidemia, che nell’arco di 24 mesi ha provocato 11.315 morti e 28.637 contagi, di cui 4.767 bambini.

Un altro caso di febbre emorragica era stato registrato lo scorso 31 gennaio nella città di Magburaka, in Sierra Leone vicino al confine con la Guinea, poche ore dopo l’annuncio da parte dell’Oms che tutta l’Africa occidentale era  ebola-free. Adesso, però, i nuovi letali casi di contagio confermano che bisogna continuare a operare in quelle zone.

L’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata per le questioni sanitarie ha evidenziato l’alta probabilità che nei prossimi mesi possano presentarsi altri casi di ebola, a causa della persistenza del virus in alcuni sopravvissuti, che secondo alcuni studi può resistere nell’organismo anche un anno dalla fine dell’infezione.

Per questo, l’Oms ha mantenuto uno staff di quasi mille persone nella regione per coadiuvare i tre Paesi maggiormente colpiti a mantenere la massima efficienza nel prevenire, rilevare e contrastare ulteriori focolai.

Xavier Crespin, direttore generale dell’Organizzazione della sanità per la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas),  ha spiegato che la scoperta dei nuovi casi in Guinea dimostra che la trasmissione del virus “non si è fermata e tutti i paesi devono prestare grande attenzione poiché serviranno ancora degli anni prima che la malattia possa essere del tutto debellata”.

Inoltre, continuano a emergere risultati preoccupanti sull’ultima pandemia di febbre emorragica che ha scosso il mondo, come testimoniano le conclusioni dei lavori della sessione speciale dedicata all’ebola durante la 23esima Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche, tenutasi a fine febbraio a Boston.

I ricercatori hanno presentato nuove prove che l’epidemia in Africa occidentale ha avuto effetti a lungo termine su molti sopravvissuti, tra cui dolori articolari, problemi neurologici e seri problemi agli occhi.

I virologi hanno anche scoperto che molti uomini guariti dalla malattia possono produrre liquido seminale che risulta positivo al virus almeno fino a nove mesi dopo l’infezione acuta. Questo rende latente la minaccia di nuovi focolai originati dalla trasmissione sessuale e comporta il rischio per molte persone di disseminare il virus a loro insaputa.

Gli scienziati hanno anche presentato i deludenti risultati di uno studio clinico su quello che una volta era considerato il più promettente antidoto per l’ebola: lo ZMapp, un trattamento che riproduce un cocktail di anticorpi prodotti naturalmente dai topi infetti e “umanizzati”.

Lo studio, iniziato nella fase terminale dell’epidemia, non è riuscito a fornire risultati statisticamente significativi perché i ricercatori che dovevano somministrare uno standard ottimizzato di cura ad almeno 200 pazienti, sono riusciti a reclutarne solo 72, terminando i test molto prima del previsto.

Scritto per Eastonline

La versione inglese dell’articolo è stata inserita nello United Nations Response to Ebola in Real-time  

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