Burundi, il catastrofico bilancio di un anno di crisi politica

È passato ormai un anno da quando lo scorso 25 aprile Pierre Nkurunziza, al potere in Burundi dal 2005, annunciò di voler correre per un terzo mandato alle elezioni presidenziali nonostante la Costituzione vigente prevedesse un limite di due. La ricandidatura e la rielezione di Nkurunziza hanno scatenato un’ondata di violenze in tutto il paese, che finora ha provocato 439 vittime accertate.

Oltre a e costringere più di 250mila persone ad abbandonare le proprie abitazioni per rifugiarsi nei sovraffollati campi profughi in Tanzania, Ruanda, Uganda e Repubblica democratica del Congo. L’emergenza è puntualmente descritta nell’ultimo Crisis Watch sul Burundi dell’International Crisis Group (Icg). L’autorevole osservatorio di Bruxelles ha avvertito che “la violenza nel paese è aumentata mentre il governo, sotto la spinta della pressione internazionale, ha operato solo concessioni cosmetiche nei confronti dell’opposizione, ma continua senza sosta a reprimere il dissenso”. L’Icg tiene naturalmente conto del deteriorarsi della crisi politica e delle violente rappresaglie che negli ultimi mesi Nkurunziza ha scatenato contro i suoi oppositori e i loro sostenitori nel vicino Ruanda.

Uno scenario allarmante, che lo scorso primo aprile ha indotto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad adottare all’unanimità la risoluzione n. 2279, presentata dalla Francia per chiedere l’invio e il dispiegamento di forze di polizia a tutela della popolazione civile in Burundi. Alla risoluzione ha fatto seguito un’apertura da parte del governo di Bujumbura, che ha accolto positivamente il via libera del massimo organo politico delle Nazioni Unite all’invio di una forza Onu per fermare le violenze nel paese. Tuttavia, c’è da considerare che la risoluzione non prevede il dispiegamento di forze di pace, che secondo l’opposizione burundese potrebbero impedire lo scoppio di un’altra guerra civile.

Nel merito della questione, venerdì scorso, il Segretario generale Ban Ki-moon ha presentato un rapporto al Consiglio di sicurezza. Nelle undici pagine del documento, Ban Ki-moon ha esternato tutta la sua preoccupazione riguardo la sicurezza nel paese, definendola “precaria e allarmante” ed evidenziando come il dispiegamento di una nuova forza potrebbe essere “l’unica opzione in grado di assicurare protezione fisica alla popolazione”. Tuttavia, il testo prodotto evidenzia come il dispiegamento di una forza di polizia sul campo potrebbe richiedere alcuni mesi e comporterebbe notevoli sfide logistiche.

Sono tre le opzioni previste. La prima comprende l’invio di tremila uomini per fornire protezione fisica alla popolazione, ma la logistica appare complicata e in più il presidente burundese l’ha già respinta al mittente. La seconda riduce invece l’invio a non più di cinquanta unità, mentre la terza prevede l’invio di 228 agenti per lavorare in sinergia con gli attivisti dei diritti umani e con i cento osservatori dell’Unione africana già presenti sul posto. Finora è comunque certo che le Nazioni Unite sembrino decise a impedire che la situazione peggiori ulteriormente, dopo che l’Unione africana ha abbandonato il progetto d’intervenire con una missione di peacekeeping, a causa delle riluttanze interne all’organizzazione.

Non stupisce che al Palazzo di Vetro stiano cercando di accelerare i tempi, dato che la situazione nel paese resta critica e le organizzazioni non governative continuano a denunciare numerose violazioni dei diritti umani, esecuzioni sommarie e assassini mirati. Senza dimenticare, le foto satellitari di cinque possibili siti di fosse comuni pubblicate a fine gennaio da Amnesty International.

In più, martedì scorso, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, il giordano Zeid Ra’ad al Hussein, ha denunciato il forte aumento del ricorso alla tortura nel paese, dove dall’inizio delle violenze sono stati registrati quasi seicento casi di sevizie e maltrattamenti, 345 dei quali dall’inizio dell’anno.
Hussein ha però precisato che i numeri reali sono probabilmente più alti e che la maggior parte delle violazioni si sono verificate in strutture gestite dai servizi segreti del Burundi, che consentono ai colpevoli di rimanere “impuniti”.

Un’inchiesta pubblicata lo scorso 10 aprile sul quotidiano britannico Guardian, raccoglie le testimonianze di violenze subite da persone provenienti da diverse parti del paese. In alcune aree, la repressione è diventata tanto sistematica da indurre i giovani a restare rinchiusi in casa per intere settimane per evitare di essere prelevati in strada da milizie a caccia di ribelli. Le forme più comuni di tortura vanno dall’uso di armi da taglio da parte delle forze di sicurezza per squarciare e accoltellare ad atti ancora più raccapriccianti.

Molti hanno raccontato di miliziani che hanno legato dei secchi d’acqua al pene degli uomini e li hanno costretti ad alzarsi e abbassarsi, facendo sì che il peso strappasse loro i genitali. Gli autori di molte atrocità sono uomini mascherati di cui non si conosce l’identità, mentre un nome che ricorre più volte nei racconti degli abusi è quello degli ‘Imbonerakure’, il temuto gruppo giovanile del partito al potere, che starebbe tentando di trasformare questo scontro in un conflitto etnico.

Articolo pubblicato su Eastwestonline

 

Categorie: Burundi, Conflitti, Crisi umanitarie, Diritti umani | Tag: , , , | Lascia un commento

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