L’Africa dell’avanguardia scientifica non è un mito

Da molto tempo il resto del mondo è convinto che l’Africa non possa creare proprie invenzioni scientifiche e questa sorta di mito può essere ricondotto all’epoca della schiavitù e del colonialismo, sistemi che hanno portato gli africani stessi a credere che nulla di buono può venir fuori da questo continente.

Tale mito viene rafforzato dai libri di storia, colmi di racconti di innovatori scientifici che provengono dal mondo sviluppato. Non sto insinuando che il ruolo svolto da questi individui debba essere escluso a priori, avendo al contrario contribuito enormemente allo sviluppo del mondo moderno.

Ci dovrebbe però anche essere spazio per celebrare gli innovatori africani che ancora non hanno avuto un riconoscimento per i loro contributi alla scienza, alla medicina, alla tecnologia e alla sicurezza alimentare, come l’ingegnere biomedico Selig Percy Amoils, l’elettrochimico Rachid Yazami, la scienziata nucleare Sameera Moussa, il paleontologo Berhane Asfaw, il pioniere della chirurgia Haile Debas e il genetista delle piante Gebisa Ejeta.

Oggi nel continente africano ci sono moltissimi innovatori che stanno compiendo un lavoro eccezionale. Zack Salawe Mwale ha reso più semplice la preparazione di un alimento base della popolazione Malawi; Kunlé Adeyemi, nigeriano, ha costruito una scuola galleggiante per affrontare i problemi causati dalle inondazioni, Gloria Asare Adu sta sperimentando l’utilizzo del bambù in Ghana, Thérèse Izay ha creato un robot umanoide per il traffico per rendere più sicure le strade del Congo, e Jamila Abass sta utilizzando la tecnologia dei cellulari per aiutare i piccoli coltivatori in Kenya. Un semplice elenco di nomi non può tuttavia sfatare il mito.

Sostegno ai giovani scienziati

L’Africa deve iniziare a dimostrare al mondo di essere in grado di produrre propri innovatori e lo può fare in due modi: investendo nei giovani del continente oppure creando opportunità per le nuove generazioni di inventori e innovatori africani in modo che possano prendere il proprio posto sulla scena internazionale.

In Africa risiede la più grande popolazione mondiale di persone tra i 15 e i 24 anni, destinata a raddoppiare entro il 2045. A fronte di questo, i governi africani hanno preso atto che per costruire un futuro sostenibile devono fornire alla popolazione le competenze necessarie per sviluppare tecnologie e innovazione all’interno della nazione piuttosto che dipendere dall’esterno.

A questo riguardo sono già stati fatti alcuni passi in avanti. Ad esempio, nel 2005 è stato lanciato il programma African Youth Forum for Science and Technology per fornire ai giovani africani una piattaforma attraverso cui svolgere un ruolo attivo nei processi politici e di decision-making. Un’altra iniziativa è la “South African Agency for Science and Technology Advancement“, che offre ai giovani laureati la possibilità di partecipare ai processi scientifici e tecnologici.

Tuttavia per motivare i giovani africani a prendere sul serio il potenziale rappresentato dalla scienza e dalla tecnologia sono necessarie più iniziative.

Sviluppo del sistema educativo

Sebbene la maggior parte dei governi africani abbia riconosciuto che l’unico modo per compiere progressi è lo sviluppo della scienza e della tecnologia all’interno del continente, molte Università non riescono a stare al passo.

Alcune ricerche indicano che sempre più laureati africani vogliono lavorare autonomamente e sono impegnati a cambiare le proprie società. Questo suggerisce anche che molti di essi sono degli innovatori, ma né la scuola né l’università sembrano dar loro la possibilità di diventare degli innovatori o sviluppare il loro spirito di iniziativa.

Questi problemi sono stati sollevati sia dagli studiosi che dagli educatori, tra di essi Bame Nsamenang e Therese Tchombe, i quali affermano che l’attuale sistema educativo africano non sembra rispecchiare la realtà.

Il sistema deve essere modificato in modo da potersi conformare a tale realtà, in modo da insegnare ai bambini che in Africa ci sono persone in grado di affrontare i problemi del loro continente.

È anche importante che le scuole e le università in Africa non sottolineino e idealizzino le teorie e gli ideologi di altre parti del mondo. Questo aiuterebbe i laureati africani a considerare nuove possibilità e a smettere di pensare che il loro continente sia un luogo in cui mancano gli innovatori.

Ci sono alcune istituzioni che hanno aperto la strada. La University of Western Cape in Sudafrica offre ad esempio il programma di spicco “Critical Thought in African Humanities” attraverso il suo Centre for Humanities Research.

Un altro esempio è rappresentato dalla Pan-African University, istituita dalla Commissione dell’Unione africana. Questo istituto mira a dare priorità alla scienza, alla tecnologia e alla ricerca innovativa esclusivamente africane, oltre a mettere in evidenza quei lavori che riescono a uscire dal continente.

Questi sforzi rappresentano un inizio importante per il riconoscimento del proprio potenziale e per dare spazio agli innovatori. Iniziative che dovrebbero essere più numerose, poichè finché il continente stesso non riconosce che l’idea secondo cui l’Africa non sia innovativa è solamente un mito, non potrà fare progressi.

Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di Stewart Maganga pubblicato su The Conversation

Fonte: Voci Globali 

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