La corsa all’Africa riparte dalle grandi aziende britanniche

“Il continente africano si trova di fronte a una nuova invasione coloniale, non meno devastante in termini di portata e d’impatto di quella che ha subito nel corso del XIX secolo”. Così, il direttore esecutivo di War on Want, John Hilary, introduce l’ultimo report pubblicato dall’ong londinese e curato dallo storico ed esperto delle politiche di sviluppo Mark Curtis.

Lo studio intitolato The New Colonialism: Britain’s scramble for Africa’s energy and mineral resources, è stato realizzato con l’intento di dimostrare come le più importanti aziende britanniche, spalleggiate dal governo di Londra, siano in prima linea per una nuova corsa all’Africa con il fine di garantirsi il controllo delle materie prime.

Nella sua indagine, War on Want ha individuato 101 società quotate alla Borsa di Londra che controllano risorse in Africa che comprendono 6,6 miliardi di barili di petrolio; 3,6 miliardi di tonnellate di carbone e circa 2.254 tonnellate d’oro, per un valore complessivo di almeno 1,05 trilioni di dollari (810 bilioni di sterline), equivalente al Pil del Messico.

La ricerca ha riscontrato che 36 delle 101 società quotate a Paternoster Square esercitano un controllo delle risorse minerarie in Africa sub-sahariana su una superficie più grande dell’intera Germania. Tra di esse figurano alcuni dei leader nel settore come Rio Tinto, Bp, Bhp Billiton e Glencore, la più grande trading company di materie prime nel mondo con sede legale nel Baliato di Jersey.

I profitti realizzati dalle società britanniche e dai loro azionisti attraverso lo sfruttamento delle materie prime chiave dell’Africa (petrolio, oro, diamanti, carbone e platino), non vengono equamente condivisi con i paesi d’origine e per questo il governo britannico starebbe favorendo un sorta di neocolonialismo.

Mentre nell’ultimo decennio l’attenzione è stata rivolta alla Cina e alla rapida espansione della sua influenza in Africa, il rapporto rivela che nello stesso periodo il Regno Unito ha usato la sua autorità per garantire alle imprese britanniche una quota sempre maggiore delle ricchezze del continente.

La relazione rileva che le aziende interessate beneficerebbero di entrate di gran lunga maggiori ai fondi che la regione riceve sotto forma di aiuti allo sviluppo. L’Africa sub-sahariana incassa 103 bilioni di sterline l’anno in aiuti, prestiti e investimenti esteri, di contro registra un’uscita di 148 bilioni di sterline in mancati profitti, entrate fiscali evase e costi da sostenere, conseguendo una perdita netta di 45 bilioni di sterline annue.

La collaborazione tra le aziende e il governo di Londra è facilitata da quello che i ricercatori criticamente definiscono il sistema delle ‘porte girevoli’, riferito al passaggio di funzionari con incarichi pubblici verso compagnie private, con un elevato rischio di creare conflitti d’interesse.

Tra le ‘porte girevoli’ che facilitano i rapporti tra Whitehall e le compagnie minerarie britanniche che operano in Africa, non mancano i nomi illustri, come la baronessa Vadera Shriti, nominata nel 2007 ministro dello Sviluppo internazionale dall’allora premier laburista Gordon Brown.

Dopo l’esperienza di governo, terminata nel settembre 2009, la baronessa di origini indiane diventerà direttore della Bhp Billiton, la maggiore società mineraria al mondo. Tra le sliding door è menzionato anche Lord Kerr di Kinlochard, diplomatico per 36 anni prima di assumere l’incarico di direttore non esecutivo di Rio Tinto, il terzo gruppo minerario più importante del mondo.

Lo stesso che in accordo col governo del Madagascar, da molti anni sta sfruttando i giacimenti di ilmenite (ossido di titanio) della regione di Fort Dauphin, situata sulla punta sud-est della grande isola africana.

Il report certifica come la Rio Tinto attraverso il progetto Qit Minerals Madagascar (Qmm) abbia reso Fort Dauphin un drammatico esempio di devastazione ambientale, con impatti gravissimi sulla vita e sull’accesso alle risorse delle comunità della zona.

Tuttavia, la quasi totalità delle aziende inglesi citate nel rapporto hanno sempre sostenuto di aver messo in atto nei luoghi in cui operano politiche di responsabilità sociale, che prima di dare corso a un progetto assicurano che le comunità locali siano adeguatamente consultate e l’impatto ambientale sia ridotto al minimo.

Le corporate ricordano anche come le imprese commerciali producano reddito nei paesi in via di sviluppo, in alternativa agli aiuti esteri.

Lo studio però smentisce in pieno queste affermazioni rilevando che un numero significativo di aziende britanniche ha investito in Africa attraverso società controllate, accusate di aver provocato danni ecologici, perpetuato dispute territoriali e concluso affari svantaggiosi per i governi appaltatori e i loro cittadini.

Scritto per Eastonline 

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Categorie: Diritti umani, Risorse energetiche | Tag: , , , | Lascia un commento

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