Dilaga la protesta degli Oromo e degli Amhara in Etiopia

Dallo scorso novembre, l’Etiopia è scossa da violente proteste brutalmente represse, che hanno avuto inizio nella regione centro-occidentale dell’Oromia in opposizione al Surrounding Oromiya Special Zone Integrated Development Plan, il piano speciale di sviluppo integrato voluto dal governo e popolarmente conosciuto con l’improprio termine di Master Plan.

Il progetto consisteva nell’urbanizzazione della capitale Addis Abeba attraverso l’espropriazione dei terreni agricoli degli Oromo, che fin da subito hanno bollato l’iniziativa come land grab (accaparramento della terra), per denunciare una pratica in uso da oltre dieci anni nel paese, che vede gli agricoltori locali perdere la propria terra a favore di grosse aziende straniere.

Nonostante lo scorso gennaio il governo avesse deciso di ritirare il piano, le proteste, inizialmente scoppiate nel tentativo di bloccare un progetto del governo per l’esproprio dei terreni di una scuola destinati all’espansione immobiliare, sono proseguite per chiedere un maggiore riconoscimento politico, economico e culturale dell’etnia oromo, la più numerosa del paese che rappresenta il 34% della popolazione.

Durante l’estate, le manifestazioni antigovernative si sono estese alla regione dell’Amhara, abitata dalla seconda etnia del paese, pari al 29% della popolazione, che denunciava l’annessione di tre distretti alla regione del Tigray e il predominio esercitato negli affari economici e politici da persone legate al Fronte popolare di liberazione del Tigray, il partito della coalizione di governo.

Il dissenso finora è stato brutalmente represso con l’uccisione di centinaia di oppositori e l’incarcerazione di decine di migliaia di essi. All’inizio di ottobre, l’uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito è culminato in un massacro consumato a Bishoftu sul lago Harsadi, circa quaranta chilometri a sud-est della capitale Addis Abeba, dove era in corso la cerimonia dell’Irreecha, che chiude la stagione delle piogge.

Il raduno religioso richiama ogni anno centinaia di migliaia di persone e durante le celebrazioni, i componenti della comunità oromo hanno manifestato in modo pacifico la loro ostilità al governo incrociando le braccia sopra il capo, a formare una croce, gesto simbolico della protesta reso celebre dal maratoneta etiope di etnia oromo Feyisa Lilesa, medaglia d’argento alle olimpiadi di Rio de Janeiro.

La cerimonia è degenerata quando alcuni dirigenti governativi oromo si sono schierati con la folla e i manifestanti sono passati al lancio di pietre e bottiglie, scatenando la reazione delle forze di sicurezza. La moltitudine ha iniziato ad accalcarsi e molti spettatori sono stati spinti contro il palco su cui si stava svolgendo una cerimonia. Il governo ha dichiarato che le vittime sono cadute in seguito al panico e che, comunque, i corpi non recavano ferite d’arma da fuoco.

I testimoni però riportano che l’esercito ha usato i blindati per bloccare tutte le vie di fuga e ha iniziato a sparare sulla gente con proiettili di gomma. A questo punto, la polizia ha lanciato lacrimogeni e in tanti sono finiti a terra morendo soffocati, mentre alcuni sono precipitati nei fossi che circondano la zona e rimasti schiacciati da chi cadeva dopo di loro.

Secondo il presidente del Congresso federalista Oromo, Merera Gudina, citato da Africanews, i morti accertati sarebbero stati almeno cinquanta, mentre un tweet di Jawar Mohammed, giornalista e direttore esecutivo dell’Oromia Media Network con base negli Usa, riferisce di oltre trecento vittime. Oltre a sopprimere ogni manifestazione di dissenso, le autorità etiopi stanno reprimendo la libertà d’informazione. L’ultimo arresto ‘eccellente’ risale al primo ottobre, quando è finito in manette il docente universitario e blogger Seyoum Teshome.

Secondo Robert Mahoney, vice direttore del Committee to Protect Journalists, “la ragione del fermo di Teshome sarebbe dovuta al fatto che nelle scorse settimane era stato più volte interpellato da numerose testate internazionali sulle ragioni delle rivolte in atto in Etiopia. L’intellettuale oromo sarebbe quindi recluso per la sua testimonianza e per questo dovrebbe essere rilasciato immediatamente e senza condizioni”.

Nelle ultime settimane le istituzioni africane hanno infranto il riserbo ed espresso la loro preoccupazione per denunciare la brutale repressione del regime etiope, tra le quali spiccano la Commissione africana sui diritti dell’uomo e dei popoli e l’Unione Africana. Anche gli Stati Uniti, alleato chiave dell’Etiopia, hanno manifestato particolare decisone nel condannare l’uso della forza da parte di Addis Abeba.

Il mese scorso, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha espresso la necessità di un’inchiesta internazionale, mentre la richiesta di un’indagine è stata ribadita nei giorni scorsi dall’Unione europea presso il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra. In questo scenario, domenica scorsa il primo ministro Hailemariam Desalegn ha dichiarato lo stato di emergenza per un periodo di sei mesi. La misura, che non veniva assunta da venticinque anni, è stata introdotta per arginare l’ampia ondata di proteste che da mesi sta attraversando il paese africano.

Tuttavia, non è con lo stato di emergenza che il governo riuscirà a soffocare le manifestazioni pubbliche. Per contenere la rabbia degli Amhara e degli Oromo sarebbe più proficuo concedere spazio al dialogo e introdurre riforme, come quella annunciata martedì scorso da Desalegn, che prevede la modifica del sistema elettorale per garantire una migliore rappresentanza dell’opposizione.

Articolo pubblicato su Eastwestonline

Categorie: Diritti umani, Etiopia | Lascia un commento

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