Il potente influsso di Fidel Castro sull’Africa

Durante gli anni della sua presidenza, l’impegno politico-militare di Fidel Castro è costantemente cresciuto fino a spingersi in Africa. Il primo fronte che vide l’impegno militare di Cuba nel continente fu quello del Congo, che nel 1960 aveva ottenuto l’indipendenza dal Belgio. Poi, a metà degli anni settanta, quando il continente era diventato terreno di confronto diretto della guerra fredda, il fronte africano divenne sempre più infuocato.

«Le persone nascono per morire, ma alcune riescono a vivere la loro vita in modo da lasciare una traccia indelebile nella storia dell’umanità». Così l’ultimo leader dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov, ha voluto ricordare la scomparsa di Fidel Alejandro Castro Ruz. Le parole del propugnatore della perestrojka e della glasnost descrivono quanto la figura del líder máximo abbia influenzato gli accadimenti del novecento, esercitando un ruolo internazionale infinitamente superiore alle dimensioni geografiche, demografiche ed economiche dell’isola di Cuba.

Castro è stato sicuramente una tra le figure più controverse che hanno segnato la storia del ventesimo secolo: i detrattori, come il neopresidente americano Donald Trump, lo considerano un brutale dittatore nemico dei diritti umani, mentre i suoi sostenitori lo reputano un liberatore dall’imperialismo. Questi ultimi ricordano i progressi sociali che Fidel promosse nella sua isola, dove è rimasto sempre popolare e influente, anche se per lungo tempo ha represso  il dissenso con migliaia di arresti e centinaia di condanne a morte di oppositori politici.

Tuttavia, è importante sottolineare che la rivoluzione castrista inizialmente è stata una rivolta nazionalista per liberare l’isola dalla dittatura di Fulgencio Batista, il cui governo corrotto e i rapporti con le antiche forze antipopolari dell’esercito, la mafia, la Cia e le multinazionali americane, avevano alimentato una forte opposizione al regime, soprattutto tra gli strati più poveri della popolazione.

Era quindi facile per un patriota cubano schierarsi sui monti della Sierra Maestra al fianco di Castro e Che Guevara. Poi, la rivoluzione prese la via politica ed economica comunista trascinando Cuba sotto la sfera d’influenza sovietica. Nella sua proiezione in politica estera il comandante en jefe è stato certamente favorito dalla posizione strategica e dalla prossimità geografica del suo paese agli Stati Uniti. Nondimeno, anche la carismatica influenza di Castro ha giocato un ruolo chiave nel proiettare la sua lunga parabola politica ben oltre i confini dell’isola ribelle ispirando i movimenti rivoluzionari in America latina.

Il fallimento dell’esperienza rivoluzionaria di Che Guevara in Africa

L’impegno politico-militare di Castro è costantemente cresciuto nel corso degli anni fino a spingersi in Africa. Il primo fronte che vide l’impegno militare di Cuba nel continente fu quello del Congo, che nel 1960 aveva ottenuto l’indipendenza dal Belgio. Il protagonista della sfortunata campagna congolese fu Ernesto Guevara, che nel luglio 1963, quando era ancora ministro dell’Industria di Cuba, aveva cominciato direttamente a interessarsi alle sorti del continente nero giungendo in visita privata in Algeria per essere presente al primo anniversario dell’indipendenza nazionale.

A dicembre dello stesso anno il Che è a New York, in rappresentanza della delegazione cubana alla diciannovesima assemblea delle Nazioni Unite, durante la quale pronuncia un discorso che chiama in causa l’Africa, ma soprattutto il Congo dell’ormai defunto ‘fratello rivoluzionario’ Patrice Lumumba.

L’intervento di Guevara è rivolto contro gli occidentali e la loro politica coloniale opprimente. Infatti, dopo la morte di Lumumba, il Congo era ritornato ad essere un territorio controllato dagli europei attraverso capi africani e con l’assunzione del potere di Moise Ciombé. Da quel momento in poi, Guevara comincia ad avvicinarsi sempre di più al Congo, dove intravede la colonna portante di un processo di stravolgimento politico che avrebbe dovuto coinvolgere l’intera Africa.

Per questo, nel gennaio 1965, il rivoluzionario argentino intraprende il suo primo viaggio nell’ex colonia belga per incontrare il presidente Alphonse Massamba-Débat. Poi, il 22 maggio 1965, Guevara prese congedo dai suoi collaboratori del Ministero dell’Industria e agli inizi di aprile, con la barba rasata, truccato dai servizi segreti cubani, si imbarcò in incognito per Dar es Salaam, in Tanzania per preparare la campagna in Africa.

Il suo obiettivo primario è di affiancarsi all’Esercito di liberazione congolese per rovesciare il potere imperialista che domina il paese. Ma l’avventura rivoluzionaria del Che in Africa si rivelerà un insuccesso e dopo sette mesi di aspri combattimenti con le truppe governative, affiancate da mercenari sudafricani e britannici, decise di abbandonare il fronte congolese.

L’intreccio cubano in Africa durante la guerra fredda

Il fronte africano divenne più ancora infuocato per i cubani a metà degli anni settanta, quando l’Africa era diventata terreno di confronto diretto della guerra fredda. Nel 1975, Fidel Castro intervenne in Angola, offrendo aiuto ad Agostinho Neto leader del Mpla (Movimento popolare di liberazione dell’Angola), a capo del nuovo governo transitorio d’indipendenza. Grazie al sostegno di Cuba, Neto riuscì a prevalere su Jonas Savimbi e su Holden Roberto, che capeggiavano gli altri due movimenti di liberazione: l’Unita (Unione nazionale per la totale indipendenza dell’Angola) e il Fnla (Fronte nazionale di liberazione dell’Angola), sostenuti dagli Stati Uniti.

A sua volta intervenne nel conflitto anche il Sudafrica dell’apartheid, per ostacolare i piani della Swapo (Organizzazione del popolo dell’Africa del Sudovest) impegnato con l’appoggio dell’Angola nella lotta di liberazione dell’ex Africa del Sudovest (attuale Namibia), annessa di fatto al Sudafrica.

Come parte dello sforzo per sbaragliare la rivolta della Swapo, che utilizzava la parte meridionale dell’Angola per lanciare attacchi contro il Sudafrica, l’esercito e l’aviazione di Pretoria cominciarono a effettuare incursioni nella regione a favore dell’Unita. Le ostilità continuarono a lungo, fino a giungere al novembre 1987, quando l’esercito angolano, miliziani cubani e combattenti della Swapo si unirono per sconfiggere l’esercito sudafricano che aveva invaso la città di Cuito Cuanavale.

Nel corso della battaglia il numero di cubani presenti sul campo raggiunse le 55mila unità, con 40mila dispiegati sul fronte. Le truppe sudafricane nell’agosto 1988 ritornarono in Sudafrica, sbaragliate dall’esercito angolano e cubano. Battuti sul campo, i sudafricani aprirono il negoziato chiedendo in cambio dell’indipendenza della Namibia il ritiro dei cubani, che si concretizzò dopo la firma all’Onu, nel dicembre 1988, del trattato di pace tra Angola e Sudafrica.

Lo storico italiano Piero Gleijeses, che ha studiato a lungo la politica estera di Cuba nel corso della guerra fredda, nel suo libro Visions of Freedom: Havana, Washington, Pretoria, and the Struggle for Southern Africa 1976-1991 rileva che l’intervento cubano ha avuto un impatto sostanziale negli attuali equilibri dell’Africa meridionale. In particolare, l’operato di Cuba risultò decisivo nell’assicurare il controllo del Mpla su gran parte dell’Angola, nonché a sancire l’indipendenza della Namibia e a intaccare in maniera significativa il regime dell’apartheid in Sudafrica. La lunga permanenza delle truppe di Castro in Angola produsse ingenti perdite di uomini e di mezzi militari. Le stime valutano che sul fronte africano almeno 4.300 cubani persero a vita, metà dei quali in Angola. Alcuni storici militari, ritengono però che i numeri siano stati fortemente sottostimati.

L’intervento nella regione dell’Ogaden

Sempre nella metà degli anni settanta, la presenza militare cubana in Africa registra un altro intervento a fianco dell’Etiopia, allora governata dal dispotico regime filomarxista di Menghistu Haile Mariam. L’Avana nel 1977 inviò nell’Ogaden 15mila uomini, veicoli militari, elicotteri e artiglieria pesante contribuendo in maniera decisiva alla sconfitta della Somalia, che fu costretta a cedere il controllo della regione sudorientale all’Etiopia.

L’esercito cubano intervenne anche in Mozambico a sostegno dei guerriglieri del Frelimo, la formazione d’ispirazione marxista che combatteva i colonialisti portoghesi. Inoltre, distaccamenti militari cubani furono installati su richiesta dei rispettivi governi in Tanzania, Congo e Sierra Leone.

Nonostante, la guerra fredda sia conclusa da tempo, Cuba continua il suo impegno nel continente, anche con la formazione di studenti africani nelle università cubane. L’ultima riprova di quanto sia grande la solidarietà cubana nei confronti dell’Africa si è avuta durante l’ultima epidemia di ebola che ha flagellato tre paesi dell’Africa occidentale. Il piccolo arcipelago di isole caraibiche, abitato da 11 milioni di persone e distante più di 7.200 chilometri dalle coste dei paesi colpiti dal virus, per limitare il diffondersi dell’epidemia ha fornito il maggior numero di personale medico e sanitario rispetto a qualsiasi altra nazione.

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