L’offensiva di Pechino per isolare Taiwan in Africa

La Nigeria ha imposto al governo di Taiwan di spostare il proprio ufficio commerciale dalla capitale Abuja al principale centro economico del paese, Lagos. Una manovra diplomatica scattata mercoledì scorso, lo stesso giorno dell’arrivo nella capitale del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, che ha scelto il paese come tappa conclusiva del suo viaggio in Africa e ha promesso 40 miliardi di dollari di nuovi investimenti in loco.

Il governo di Taiwan ha accolto con estrema irritazione la decisione della Nigeria che, mercoledì scorso, gli ha imposto di spostare l’ufficio commerciale dalla capitale Abuja a Lagos, principale centro economico nigeriano. Ha bollato la decisione come irragionevole e oltraggiosa.

Una manovra diplomatica scattata proprio lo stesso giorno dell’arrivo in Nigeria del ministro degli esteri di Pechino, Wang Yi, che ha scelto il paese come tappa conclusiva del suo viaggio in Africa. Wang ha promesso 40 miliardi di dollari di nuovi investimenti nelle infrastrutture l’ampliamento della linea ferroviaria, costruita e finanziata dalla Cina, che congiunge Abuja a Kaduna.

Il ministro degli esteri nigeriano, Geoffrey Onyeama, ha spiegato che «è giunto il momento di togliere determinati privilegi alla Repubblica di Cina, perché non è un paese riconosciuto dal diritto internazionale». Tuttavia, va precisato che Taipei (capitale del paese noto come Taiwan o Formosa)
non ha relazioni diplomatiche con la Nigeria, ma solo l’ufficio commerciale che gli è stato ordinato di spostare.

È dunque evidente che la decisione di allontanare dalla capitale la rappresentanza di Taiwan sia unicamente volta a ribadire il sostegno nigeriano alla principio della one­ China policy, secondo cui la provincia separatista è parte inalienabile di una sola Cina. Per questo, Pechino si rifiuta di riconoscere Taiwan come nazione e dunque sostiene solo gli stati che hanno rotto le relazioni diplomatiche con Taipei, per supportare la causa della riunificazione cinese.

La Cina continentale ha inasprito la sua politica nei confronti di Taipei, da quando, lo scorso maggio, alla guida dell’ex isola di Formosa è salita la giurista Tsai Ing­wen, prima donna presidente e leader del Partito democratico progressista. Tsai Ingwen finora non ha riconosciuto il principio di “Una sola Cina” e per di più il suo partito è tradizionalmente favorevole all’indipendenza, e di conseguenza alla distinzione tra le due Cine.

Per questo, l’ipotesi che Taipei proclami definitivamente la propria emancipazione da Pechino ora appare meno remota. Gli ultimi sviluppi a Taiwan hanno quindi indotto la Cina ad esercitare tutta la sua influenza in Africa per stringere il cappio diplomatico intorno alla “provincia ribelle”, come dimostra la recente decisione di São Tomé, che lo scorso 21 dicembre ha deciso di chiudere la sua ambasciata a Taipei.

La rottura delle relazioni diplomatiche del piccolo arcipelago dell’Africa occidentale sarebbe la conseguenza del no di Taiwan alla richiesta di 200 milioni di dollari di aiuti, che Sao Tome le aveva inoltrato lo scorso marzo. Sei giorni dopo aver consumato lo strappo con Taiwan, São Tomé ha ufficialmente ristabilito le relazioni con la Cina, ufficializzando il tutto con una cerimonia a Pechino, alla quale hanno preso parte il capo della diplomazia cinese Wang Yi e il suo omologo di São Tomé, Urbino Botelho.

La mossa, probabilmente favorita da tangibili promesse di aiuti economici cinesi, ha determinato il quasi totale isolamento diplomatico di Taiwan in Africa, dove è ormai riconosciuta solo da Swaziland e Burkina Faso.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

Categorie: Cina, Politica | Lascia un commento

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