Congo, gli sviluppi sul conflitto nel regione del Gran Kasai

Una nota diffusa dalla Nunziatura Apostolica di Kinshasa riporta che da ottobre 2016, quando sono iniziate le violenze nella regione del Gran Kasai, sono state uccise 3.383 persone. Un bilancio molto più pesante rispetto al report diramato lo scorso aprile dalle Nazioni Unite, che riportava 400 vittime tra i civili. La gravità della situazione è confermata dalla scoperta di 30 fosse comuni e dalla completa distruzione di 20 villaggi.

Il comunicato evidenzia anche la scoperta di trenta fosse comuni, la distruzione completa di venti villaggi, dieci dei quali a opera dei soldati dell’esercito congolese, le Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Fardc), quattro da parte dei miliziani del gruppo Kamuina Nsapu e altri sei da gruppi non identificati; oltre a 3.698 case rase al suolo. Il resoconto della Nunziatura testimonia le dimensioni e la gravità della crisi che sta sconvolgendo il Gran Kasai, che comprende cinque province: Kasai, Kasai centrale, Kasai orientale, Lomami e Sankuru.

All’origine delle violenze, il rifiuto del governo di Kinshasa di riconoscere la nomina del medico trentenne Jean-Pierre Mpandi come Kamuina Nsapu, il titolo onorifico che viene assegnato al leader tradizionalista dei Bajila Kasanga (tribù di etnia lulua stanziata nel territorio di Dibataie, 75 chilometri a sud est di Kananga, capoluogo della provincia del Kasai centrale).

Secondo l’International Crisis Group (Icg), Mpandi non è stato riconosciuto perché era considerato vicino all’opposizione e si era rifiutato di sostenere la maggioranza presidenziale. L’Icg ricorda che, secondo una legge introdotta nel 2015, i leader tradizionalisti fanno parte della pubblica amministrazione e ricevono un salario per amministrare le unità territoriali, come i villaggi. Il ribelle è stato ucciso lo scorso agosto dai soldati delle Fardc nella sua casa di Tshimbulu, nel Kasai centrale. Mpandi aveva soggiornato a lungo in Sudafrica ed era ritornato nel Congo solo nell’aprile 2016, invitando la popolazione all’insurrezione contro il governo centrale.

Il gruppo che prende il nome da Kamuina Nsapu, lo scorso marzo, nella provincia del Kasai occidentale ha rapito e ucciso due esperti delle Nazioni Unite: l’americano Michael Sharp e la svedese Zaida Catalan. Insieme ai due funzionari dell’Onu, sono stati sequestrati l’interprete congolese Betu Tshintela, anch’esso assassinato, e altri tre suoi connazionali, dei quali non si hanno più notizie, che facevano parte dello staff che accompagnava Michael Sharp e Zaida Catalan.

L’esecuzione della svedese e dell’americano è stata ripresa anche in un video, postato lo scorso aprile e rapidamente rimosso dalla rete, nel quale erano visibili alcune raccapriccianti esecuzioni eseguite dai ribelli di Kamuina Nsapu, compresa quella dei due esperti delle Nazioni Unite. Le crude immagini confermano la ferocia del gruppo ribelle, che aveva trovato riscontro anche in una recente testimonianza del vescovo di Luiza, Félicien Mwanama Galumbulula. Nelle scorse settimane, la situazione è diventata ancora più critica e complessa per la comparsa di un nuovo gruppo chiamato Bana Mura, che sostiene di appoggiare le autorità nel combattere le milizie Kamuina Nsapu.

Secondo Zeid Raad al Hussein, a capo dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), la nuova fazione armata ha commesso orribili crimini nel corso di attacchi contro i civili appartenenti ai gruppi etnici luba e lulua. Venerdì scorso, l’Ohchr ha approvato l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sulle violenze degli ultimi mesi nella regione del Kasai, ma le autorità congolesi hanno già preannunciato che non accetteranno investigazioni di nessun genere.

Del resto, non sono solo i miliziani di Kaumina Nsapu, armati principalmente di lance e machete, a macchiarsi di crimini di guerra. Nel tentativo di reprimere la ribellione, anche i soldati delle Fardc si sono resi autori di gravi violazioni dei diritti umani. Su Youtube è possibile guardare uno sconvolgente video di sette minuti che mostra dei militari con l’uniforme dell’esercito congolese sparare contro un gruppo di uomini armati di fionde e clave nei pressi del villaggio di Mwanza-Lomba, nel Kasai orientale. Per far luce sull’accaduto sono stati arrestati sette soldati delle Fardc, mentre la ministra congolese per i diritti umani Marie-Ange Mushobek ha aperto un’inchiesta.

Lo scorso febbraio, le Fardc hanno ucciso più di cento persone in un’operazione militare, che ha ricevuto la ferma condanna dell’Ohchr. Poi, lo scorso 31 marzo, sempre l’organismo di Ginevra, ha accertato il rinvenimento di 23 cadaveri nella provincia del Kasai occidentale. Mentre durante l’ultima settimana di marzo alcuni testimoni hanno riferito di saccheggi e uccisioni da parte della polizia nel corso di  un’operazione nel capoluogo del Kasai centrale, Kananga, per catturare alcuni miliziani di Kamuina Nsapu (è possibile ascoltare la testimonianza di un’abitante, in francese, su Radio Okapi).

In tutto questo, stando agli ultimi dati rilasciati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), per sfuggire ai massacri più di un milione di abitanti del Kasai sono scappati negli ultimi mesi dai loro villaggi e circa 30 mila profughi hanno attraversato il confine per raggiungere la provincia angolana di Lunda Norte. È ormai evidente che la situazione di crisi endemica che da decenni caratterizza le province orientali del Congo sta assumendo i medesimi contorni anche in quella del Gran Kasai.

Articolo pubblicato su OsservatorioDiritti.it

Categorie: Conflitti, Diritti umani | Lascia un commento

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