Orrore in Centrafrica: le donne sono bottino di guerra

Le testimonianze di 296 donne sulle violenze e gli abusi subiti dalle milizie dei gruppi armati, nel corso dei quasi cinque anni di conflitto nella Repubblica Centrafricana, provano come lo stupro e la schiavitù sessuale sono state usate come “arma di guerra”. Un orrore indicibile documentato in un rapporto di 182 pagine intitolato “Dicevano che siamo le loro schiave”, realizzato da Hrw e diffuso nei giorni scorsi.

«Nel corso dei quasi cinque anni di conflitto, i gruppi armati nella Repubblica Centrafricana hanno usato lo stupro e la schiavitù sessuale come “arma di guerra” in tutto il paese». Così il rapporto evidenzia il ricorso a questo infame crimine, che ha segnato l’esistenza di migliaia di ragazze e donne centrafricane.

Lo studio riporta 305 casi di stupro e di schiavitù sessuale condotti contro 296 donne e ragazze da parte dei membri delle milizie armate, tra i primi mesi del 2013 e fino alla metà del 2017. Le testimonianze raccolte dai ricercatori di Hrw sono a dir poco drammatiche, come quella della trentenne Jeanne (nome di fantasia), che intervistata a Bangui, il 9 maggio 2016, rivive la sua brutale esperienza di schiava sessuale.

«La prima volta mi hanno violentata cinque miliziani Seleka. Gli stupri sono continuati tutti i giorni per sei mesi, da combattenti diversi. Tutte le donne sono state stuprate ogni notte, quando un Seleka arrivava alla base, abusava di noi e, se cercavamo di resistere, ci pestavano. Non avevamo neanche il tempo per riposare». E continuando il suo terribile racconto Jeanne ricorda che «cinque ragazze sono rimaste incinte, ma non avevano alcuna possibilità di interrompere la gravidanza, mentre i miliziani continuavano a violentarle ogni giorno».

Spesso le atrocità sono avvenute davanti ai loro stessi figli o mariti, come nel caso di Irène, 36 anni, aggredita il 9 maggio scorso dai miliziani Seleka mentre era dinanzi alla porta della sua abitazione, nel quartiere Banguiville di Alindao.

I combattenti hanno sparato a suo marito a entrambe le gambe, mentre cercava di fuggire. Quando la loro figlia di cinque anni ha cominciato a piangere, i Seleka le hanno chiesto perché piangeva a dirotto e l’hanno legata alla veranda della casa. Poi, sono cominciate le violenze.

«I miliziani mi hanno prima messo un panno sulla bocca, poi mi hanno stuprato in due e mio marito ha cominciato ad urlare, che ero solo una povera donna e dovevano lasciarmi stare. Così, hanno estratto un coltello militare e gli hanno amputato le braccia, incidendovi i loro nomi. Subito dopo gli hanno sparato due pallottole in testa, poi il silenzio. Alla fine hanno ucciso anche la mia bambina. Allora ho invocato Gesù Cristo e gli ho chiesto ‘Perché permetti tutto questo?’»

Ma non si sono macchiati di simili atrocità solo gli ex appartenenti all’ex coalizione ribelle Seleka, a maggioranza musulmana, che nel marzo 2013 deposero il presidente François Bozizé. Numerose violenze sessuali sono state operate anche dai miliziani anti-balaka, il principale gruppo armato attivo nel paese, acerrimo avversario di Seleka e composto in prevalenza da milizie di cristiano-animiste.

Una guerra senza esclusione di colpi, dove gli abusi sessuali alle donne dello schieramento rivale sono stati tollerati, ordinati, e in alcuni casi anche commessi dagli stessi comandanti.

Molte delle 296 donne intervistate, hanno raccontato di aver subito continue violenze e di essere state sottoposte alla schiavitù sessuale, anche per 18 mesi consecutivi. In alcuni casi, sono state obbligate a diventare le “mogli” dei loro aguzzini, che le costringevano a cucinare, pulire oppure a raccogliere cibo e acqua. E spesso le torturavano solo per il piacere di infliggere dolore.

Uno degli aspetti più inquietanti di questa barbarie, è che le sopravvissute devono convivere con le devastanti conseguenze dello stupro e hanno pochissime possibilità di ricevere assistenza sanitaria, anche quelle che hanno contratto l’hiv. Ugualmente, le opportunità di ricevere un minimo di sostegno psicologico sono ridottissime, mentre la speranza di avere giustizia è praticamente nulla.

Lo studio sottolinea che i responsabili di questi efferati crimini di guerra sono tutti liberi, alcuni anche in posizioni di potere, e non pagheranno mai per il male commesso. Un’impunità totale per i carnefici che possono continuare a minacciare le loro vittime e i loro familiari in caso di denuncia.

Gli elevati livelli di violenza sessuale evidenziano l’importanza di rendere operativa la Corte penale speciale, un tribunale “ibrido” istituito nel giugno 2015, composto da giudici e personale nazionali e internazionali, col compito di processare persone sospettate di aver commesso crimini di guerra nel corso del conflitto.

Purtroppo, fino a quando i responsabili di omicidi, torture e stupri continueranno a girare indisturbati, protetti da un’impunità di dimensioni sconcertanti, tutti i tentativi di ricostruire e instaurare una pace duratura nel paese saranno pregiudicati.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

Categorie: Conflitti, Diritti umani | Lascia un commento

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