Camerun: la crisi delle province anglofone lacera il paese

Nel Camerun si inasprisce la rivolta della minoranza anglofona, che rappresenta circa il 20% della popolazione. Negli ultimi mesi, decine di civili sono stati uccisi, mentre diversi attacchi armati hanno portato alla morte di almeno 16 soldati e ufficiali di polizia. Il presidente Paul Biya combatte i secessionisti come fossero i terroristi di Boko Haram, mentre 40mila civili sono in fuga dalle violenze e le divisioni stanno lacerando il paese africano.

Nell’ottobre del 2016, quando un gruppo di avvocati delle regioni anglofone del Nord-ovest e del Sud-ovest del Camerun scioperò contro la nomina di giudici di lingua francese nei tribunali locali, nessuno poteva prevedere che la mobilitazione forense avrebbe rilanciato le spinte secessioniste nelle due regioni abitate dalla minoranza inglese, che rappresenta il 20% della popolazione camerunense. Alla protesta degli avvocati, si unirono subito studenti e insegnanti, che denunciavano la discriminazione del governo del presidente Paul Biya nei confronti delle due province anglofone del paese africano.

Trascorsi quindici mesi, il dissenso è dilagato in entrambe i territori e le pacifiche manifestazioni di piazza si sono trasformate nella crisi più dura che ha colpito il Camerun dal tempo dell’indipendenza. Negli ultimi mesi, decine di civili sono stati uccisi, mentre attacchi armati hanno portato alla morte di almeno 16 soldati e ufficiali di polizia. Per sedare la ribellione, Yaoundé ha schierato le truppe scelte dei battaglioni di intervento rapido, impiegate nel nord del paese per combattere i terroristi di Boko Haram.

Mentre almeno 7.500 persone hanno abbandonato le loro case per raggiungere la Nigeria, in cerca di sicurezza,  secondo l’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, altre 40 mila si stanno preparando a lasciare il Camerun. Per reprimere le rivendicazioni indipendentiste, il governo è ricorso a un uso eccessivo della forza, che ha portato la polizia a sparare sulla folla durante le manifestazioni di piazza. E già le prime dimostrazioni, alla fine del 2016, registrarono arresti di massa e un ingente spiegamento delle forze di sicurezza.

Un anno fa c’è stato un tentativo di instaurare un dialogo tra gli attivisti anglofoni e il governo, ma è stato subito interrotto dall’arresto dei leader del movimento autonomista e dal blocco di internet per 93 giorni nelle regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest. Il blocco della rete è stato reintrodotto anche lo scorso primo ottobre, in occasione delle manifestazioni per celebrare il 56esimo anniversario dell’indipendenza del Camerun anglofono dalla Gran Bretagna, durante le quali le autorità locali hanno imposto il coprifuoco e isolato le aree anglofone.

La repressione messa in atto in quei  giorni nelle province anglofone dal governo del presidente Paul Biya ha acuito la divisione profonda tra le due regioni e il resto del paese. E secondo Amnesty International ha provocato la morte di 17 dimostranti accentuando il rischio di far degenerare la crisi politica in un conflitto aperto.

C’è da sottolineare che la crisi in atto scaturisce da un problema generalmente poco compreso dalla maggioranza francofona, risalente al periodo dell’indipendenza del Camerun, raggiunta il 1° gennaio 1960 e alla riunificazione, avvenuta 40 giorni dopo, delle regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest con il resto del paese.

La fusione dei due Camerun diede vita a una federazione bilingue, che ha mantenuto una forte autonomia regionale fino al 1972, quando l’allora presidente francofono Ahmadou Ahidjo, per timore di conflitti etnici, abolì il regime federale per introdurre un sistema di potere sempre più accentratore. Il risultato fu la creazione della Repubblica Unita del Camerun, con capitale Yaoundè.

Un passaggio basato sulla centralizzazione e sull’assimilazione, che gestito in maniera approssimativa ha portato la minoranza anglofona a sentirsi politicamente, culturalmente ed economicamente discriminata, segnando l’inizio della divisione e dell’aspirazione alla secessione. Cosi la Repubblica è stata unita nel nome, ma il paese spaccato. Trascorso quasi mezzo secolo, le politiche delle autorità centrali di Yaoundé ancora pesano sulla parte occidentale del paese, discriminando l’uso della lingua inglese e del diritto di origine anglosassone (Common Law), a beneficio della lingua francese e del diritto di stampo francese.

La crisi attuale è dunque la preoccupante ripresa di un vecchio problema, che potrebbe portare all’instabilità il paese dell’Africa centrale, specialmente dopo che lo scorso 1° ottobre i secessionisti hanno proclamato simbolicamente l’indipendenza dell’Ambazonia e nominato suo “presidente” Sisiku Ayuk. Adesso, l’Ambazonia versa in enormi difficoltà con gli uffici pubblici e le banche chiuse, sportelli Atm inagibili e la popolazione sempre più stretta nella morsa delle repressione governativa.

Nelle scorse settimane, l’International Crisis Group ha ammonito che il dialogo resta l’unica soluzione percorribile per risolvere la crisi anglofona. Tuttavia, dal governo sono ancora pochi i segnali che indicano la volontà di instaurare un confronto. Il ministro della Comunicazione, Issa Tchiroma Bakary, ha ripetutamente affermato che il governo è pronto a negoziare, ma solo a condizione che l’impianto istituzionale della nazione non venga messo in discussione.

Un simile approccio esclude a priori le richieste degli attivisti di un ritorno al federalismo e di significativi rinnovamenti istituzionali. E alimenta la rabbia degli estremisti anglofoni, ormai pronti a trascinare il paese in un conflitto.

Articolo pubblicato su Osservatorio Diritti.it

Categorie: Conflitti, Crisi umanitarie, Diritti umani | Tag: , | Lascia un commento

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