Centrafrica: non c’è pace senza rispetto per le minoranze

Central African RepublicUn nuovo rapporto del Centro internazionale per la giustizia di transizione (ICTJ) testimonia come la crisi scoppiata più di cinque anni fa nella Repubblica Centrafricana,  negli ultimi mesi sembra essere più che mai lontana dalla risoluzione. Attraverso una serie di interviste con i profughi musulmani e fulani fuggiti al culmine della polarizzazione etnica, lo studio esamina il profondo strappo provocato dal conflitto nel tessuto sociale del paese.

La crisi nella Repubblica Centrafricana, scoppiata nel dicembre 2012, negli ultimi mesi sembra essere più che mai lontana dalla risoluzione. Nel 2017, episodi di violenza su base etnica e religiosa hanno fatto salire a oltre un milione il numero degli sfollati interni. Il processo di pace e di riconciliazione avviato nel maggio 2015 alla conclusione del Forum di Bangui, è ancora in fase di stallo, con le autorità centrafricane e gli organismi internazionali costretti a intensificare gli sforzi intesi a ripristinare la stabilità e arginare l’insorgere di nuove violenze.

Un nuovo rapporto del Centro internazionale per la giustizia di transizione (ICTJ), intitolato “Sono centrafricano al 100%: identità e inclusione nell’esperienza dei profughi musulmani centroafricani in Ciad e Camerun”, offre validi suggerimenti su come un maggiore impegno politico per favorire l’inclusione di questi profughi, potrebbe favorire l’avvio di un processo di pace duraturo.

Lo studio è stato realizzato attraverso una serie di interviste, strutturate su un approccio qualitativo, con profughi musulmani e fulani (o peul) fuggiti dalla capitale Bangui e dalle regioni occidentali del paese al culmine della violenza settaria (dalla fine del 2013 all’inizio del 2014).

La premessa dell’indagine evidenzia che la crisi in atto nel paese è il risultato di anni di instabilità politica e fragilità delle istituzioni statuali, le cui cause dipendenti includono tensioni etniche profondamente radicate e controversie di lunga data su chi sia considerato ‘centroafricano’ al 100%. Su questa premessa, la relazione determina che l’insensata violenza che ha contrapposto comunità, vicini e anche membri della stessa famiglia, ha prodotto un profondo strappo del tessuto sociale, violazioni dei diritti umani senza precedenti e una crescente esclusione sociale ed economica.

Dato che le questioni legate all’identità, inclusa la discriminazione di lunga data contro i musulmani, sono tra le cause che hanno innescato il conflitto, era prevedibile attendersi che molti dei rifugiati intervistati fossero tra quelli che avranno le maggiori probabilità di incontrare ostacoli nella ricostruzione dei legami sociali all’interno della propria comunità di origine, se e quando vi faranno ritorno.

Per questo, i colloqui sono stati mirati al confronto delle esperienze di allontanamento dal paese, oltre a registrare le personali preoccupazioni degli intervistati in materia di riconciliazione, rimpatrio e giustizia.

Dalle conversazioni è emerso chiaramente che nonostante molti dei profughi appartenessero a famiglie che vivevano da generazioni in Centrafrica, le loro istanze sono state del tutto ignorate nell’architettura del processo di pace, creando un senso di profonda frustrazione e di forte alienazione per l’emarginazione subita.

Lo studio di ICTJ sottolinea inoltre che la mancanza di inclusione costituisce una questione di fondamentale importanza per i rifugiati, che include le criticità sull’accesso ai servizi garantiti dallo Stato e ai posti di lavoro, preclusi a coloro che non sono considerati realmente ‘centroafricani’, a causa del loro luogo di origine, etnia o religione.

Sottolineando la responsabilità e il ruolo avuto dallo Stato nelle violenze, il rapporto riflette anche la profonda sfiducia dei rifugiati nei confronti del sistema giudiziario nazionale. Le opinioni variano su chi dovesse essere indagato e su come, ma è stato rilevato totale accordo sul fatto che prima di tutto dovrebbero essere processati ex presidenti e signori della guerra.

Molte persone hanno anche espresso un forte desiderio di essere risarciti per la proprietà e le attività commerciali che hanno ingiustamente perso a causa della guerra. Oltre al fatto che in un contesto di maggiore sicurezza, i capi tradizionali potrebbero svolgere un ruolo preciso, in particolare nella risoluzione delle controversie in materia di proprietà e terreni.

In conclusione, l’autrice del rapporto, Enrica Picco, si dichiara convinta che «una politica di inclusione e un riconoscimento del fatto che i musulmani della Repubblica Centrafricana sono cittadini con pari diritti e pari dignità sociale, aiuteranno il paese a intraprendere la via della coesistenza pacifica».

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

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