Burundi: economia al collasso dopo tre anni di crisi politica

Nel suo ultimo Africa Report, l’ong International Crisis Group esamina la crisi che da ormai tre anni e mezzo affligge il Burundi e individua nella figura del presidente Pierre Nkurunziza il pricipale responsabile dell’instabilità che sta avendo forti ripercussioni sull’economia, sui servizi pubblici e sulla società. Mentre nell’immediato futuro nell’immediato futuro le probabilità di trovare una soluzione politica alla crisi sono praticamente nulle.

«L’economia del Burundi è afflitta dagli effetti di una crisi politica che dura da oltre tre anni e ha cancellato i discreti progressi che la nazione aveva registrato negli anni 2000, dopo la fine della guerra civile». Così l’Icg, che dal 1995 analizza le aree di conflitto, ripercorre il declino economico che ha fatto seguito alla crisi in cui è precipitato il paese dall’aprile 2015. Quando, in spregio alla Costituzione, il presidente Pierre Nkurunziza ha voluto ricandidarsi per un terzo mandato, che ha poi ottenuto, scatenando violenze che finora hanno provocato almeno 1.200 morti e oltre 400mila sfollati.

La crescita economica annuale è passata da una media del 4,2% tra il 2004 e il 2014, a una contrazione del 3,9% nel 2015 e a una contrazione dello 0,6% nel 2016. E dallo studio dell’Istituto di ricerca di Bruxelles emerge che è tutta la società burundese a pagare le conseguenze di questa sfavorevole congiuntura: gli agricoltori accusano il drastico calo della domanda interna dei loro prodotti, i dipendenti pubblici subiscono una sensibile diminuzione del potere d’acquisto dei loro salari, mentre tutte le attività commerciali registrano un numero sempre inferiore di clienti.

Un decennio di progressi nell’istruzione è stato cancellato dalla crisi politica e dal clima di instabilità: oggi gli insegnanti sono spesso pagati con enorme ritardo e l’accesso all’università è minacciato dal taglio delle borse di studio. La crisi ha inciso negativamente anche nel settore nel della sanità, dove il Burundi aveva raggiunto discreti livelli di sviluppo. Lo testimonia il fatto che dal 2015 circa cento medici hanno lasciato la nazione africana, che adesso conta solo cinquecento medici per una popolazione di oltre 11 milioni di abitanti.

Il peggioramento delle condizioni di vita e l’aumento della disoccupazione e della povertà, rischia di combinarsi con l’indebolirsi della condivisione del potere tra hutu e tutsi (le due etnie principali) nelle istituzioni pubbliche, che già non sono un fulgido esempio di efficienza e di trasparenza. Ad acuire le difficoltà c’è anche la mancanza di cibo, medicine e carburante, mentre le riserve di valuta estera sono ridotte al minimo e un fiorente mercato nero ha fatto salire alle stelle il tasso di cambio delle divise più pregiate come dollaro ed euro,che ormai viene pubblicato persino sui giornali.

Nel tentativo di arginare la crisi economica, il governo ha introdotto nuove tasse e “contributi”costringendo i dipendenti pubblici e i comuni cittadinia versaresempre più denaro nelle casse dello Stato, anche per finanziare le prossime elezioni del 2020. Una situazione resa ancora più difficile dalla schiacciante vittoria del “sì” nel referendum costituzionale del 17 maggio 2018, il cui esito è stato duramente contestato dall’opposizione che ha sollevato accuse di brogli. Un referendumche ha aperto la strada al presidente Pierre Nkurunziza per governare fino al 2034.

Gli analisti dell’Icg sottolineano, inoltre, come il peggioramento dell’economia minacci di innescare ulteriori violenze in un paese già instabile, mentre l’Unione europea e i suoi Stati membri, che nel febbraio 2016 hanno sospeso gli aiuti diretti al governo, dovrebbero aumentare l’assistenza alla popolazione sostenendo le Ong locali, oltre a raddoppiare gli sforzi per ridurre al minimo i rischi che l’utilizzo illegittimo degli aiuti esterni inasprisca le tensioni interne.

A differenza dell’Unione europea, la Banca mondiale e la Banca di sviluppo africana continuano a fornire assistenza al Burundi, compresa la collaborazione diretta con i ministeri; mentre Bujumbura ha stretto nuove alleanze con Cina, Turchia e Russia. Ma l’aiuto che arriva da questi paesi non è orientato a rafforzare la capacità del governo e rimane essenzialmente simbolico, con un impatto molto limitato sulla popolazione.

Lapidaria la conclusione del report che prevede come nell’immediato futuro le probabilità di una soluzione politica alla crisi siano praticamente nulle, mentre la mancanza di prospettive di sviluppo, il declino dei servizi sociali, l’aumento della disoccupazione e la dura repressione del malcontento sociale hanno spinto molti giovani burundesi all’esilio.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

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