Si stringe il cerchio sulla super ricercata “vedova bianca”

Samantha Louise Lewthwaite, spesso definita come la terrorista più ricercata del mondo e conosciuta anche come la “vedova bianca”, si nasconderebbe nello Yemen. La notizia giunge dai servizi di sicurezza britannici, che dal 2011 sono sulle tracce della cittadina britannica. L’MI6 ha annunciato una svolta decisiva nella ricerca della donna, dopo aver ricevuto informazioni ritenute attendibili grazie al reclutamento di una fonte a Nairobi.

Fonte con cui la “vedova bianca” aveva stretti legami e che ha messo gli inquirenti britannici sulle tracce della donna tanto da ritenere che finalmente sarebbero sulla pista giusta per giungere alla sua cattura.

Secondo le ultime informazioni di cui è venuta in possesso l’intelligence britannica, dopo essersi macchiata di gravi crimini in Kenya e in Somalia, la terrorista si è trasferita nello Yemen devastato dalla guerra, dove è stata avvistata nella zona dell’ex protettorato britannico di Aden e del porto marittimo di Mukalla. Di recente avrebbe visitato Dubai e c’è il timore che starebbe pianificando nuovi attacchi anche a Londra.

Uno degli agenti che da sette anni sta dando la caccia alla terrorista ha spiegato che la Lewthwaite si sta nascondendo nel paese mediorientale e rimane la ricercata numero uno del Regno Unito.

La stampa keniana scrive che nello Yemen, la vedova bianca avrebbe reclutato donne kamikaze pagandole 300 sterline, una cifra enorme per tante famiglie ridotte alla miseria. Si ritiene inoltre che abbia arruolato anche attentatori suicidi di soli 15 anni per mandarli a morte imbottiti di eroina. Mentre la scorsa estate è apparsa la notizia che Lewthwaite abbia insegnato a dei terroristi come fabbricare giubbotti suicidi e scegliere i più famosi luoghi di vacanza per farli esplodere.

Secondo gli stessi organi di stampa, è assai probabile che la Lewthwaite – figlia di un ex soldato britannico che ha servito nel 12° reggimento dei Lancieri della Regina – sia sotto la protezione di una rete di combattenti del gruppo jihadista al-Shabaab, che l’avrebbe aiutata a raggiungere lo Yemen, diventato un centro di reclutamento per i terroristi del gruppo somalo.

Un po’ di chiarezza

Forse è necessario fare un po’ di chiarezza sull’inquietante figura di Samantha Lewthwaite. La super ricercata è nata nel 1983 a Banbridge nella contea di Down, situata nell’Irlanda del Nord nella storica provincia dell’Ulster. Il suo avvicinamento all’integralismo islamico riceve un impulso decisivo dopo il matrimonio con Abdullah Shaheed Jamal, nome di guerra di Germaine Maurice Lindsay, uno dei quattro shahid di al-Qaeda che il 7 luglio 2005 seminarono morte e terrore a Londra. È proprio da questo connubio proviene anche il soprannome di vedova bianca.

La Lewthwaite conobbe e sposò nel 2002 il kamikaze che dilaniò 26 persone in un vagone della Piccadilly Line. In quel periodo frequentava la prestigiosa Soas, la Scuola di studi orientali e africani dell’Università di Londra. Prima di sposarlo, contro il volere dei suoi genitori, si convertì all’islam e cambiò nome in Sherafiya.

Dopo gli attentati del luglio 2005 nella capitale britannica, Lewthwaite dichiarò di non essere a conoscenza delle attività del marito che, a suo dire, si era convertito all’islam poco prima di partecipare agli attacchi suicidi. Tuttavia, la sua versione non ha mai convinto le autorità britanniche.

All’inizio del 2008, Sherafiya si trasferì in Kenya, dove l’imam radicale sunnita Sheikh Abdullah el-Faisal le presentò il suo secondo marito, il terrorista Fahmi Jamal Salim, che nel 2011 venne accusato dalle autorità di Nairobi dell’omicidio di due agenti. Salim era il cognato del reclutatore di al-Qaeda, Musa Hussein Abdi, nome di battaglia Musa Dheere, ucciso il 7 giugno 2011 in un conflitto a fuoco a un posto di blocco a Mogadiscio, proprio insieme all’allora capo militare di al-Shabaab, Fazul Abdullah Mohammed.

La fuga in Somalia

Nel 2011, l’estremista britannica con i suoi quattro figli avrebbe raggiunto la Somalia, dove è stata reclutata nelle fila di al-Shabaab. Secondo l’intelligence keniana, nella regione del Basso Scebeli avrebbe avuto l’incarico di addestrare cellule di aspiranti kamikaze appartenenti all’unità suicida dell’Istishhadyin.

Fin qui tutto è abbastanza attinente alla realtà, che comincia ad essere distorta dopo l’assalto compiuto nel settembre 2013 da al-Shabaab contro il centro commerciale Westgate di Nairobi, dove rimasero uccise 67 persone di tredici diverse nazionalità. Pochi giorni dopo l’attacco, i media britannici riportarono la notizia che l’Interpol avevo emesso nei confronti della Lewthwaite un mandato di arresto internazionale e lo aveva diramato in 190 Paesi.

Tuttavia, alcuni rapporti misero in serio dubbio il suo coinvolgimento nell’episodio. Questi rapporti furono attentamente esaminati dai funzionari del governo britannico e non emerse alcuna conferma che Lewthwaite avesse avuto un ruolo nella pianificazione dell’attentato al Westgate.

Lo stesso al-Shabaab in un post su Twitter precisò: «Abbiamo un numero adeguato di giovani che sono pienamente impegnati e non impieghiamo le nostre sorelle in operazioni militari del genere». Anche l’allora capo della polizia keniana David Kimaiyo confermò che Lewthwaite non era coinvolta nella carneficina.

La speculazione dei media proseguì quando scrissero che la donna fosse implicata anche nel massacro di 148 persone consumato dalla cellula keniana di al-Shabaab nel giorno della vigilia del venerdì santo del 2015 all’interno della North-Eastern Garissa University, a 150 chilometri dal confine del Kenya con la Somalia. Nel tempo, è stato anche scritto che per rendersi irriconoscibile, Lewthwaite si sarebbe sottoposta a interventi di chirurgia plastica e che sarebbe responsabile della morte di 400 persone.

Poi nel maggio 2014, è stata diffusa la notizia che Sherafiya si è risposata con uno dei comandanti di al-Shabaab, Hassan Maalim Ibrahim, noto anche come Sheikh Hassan.

Quattro figli e tre mariti jihadisti

Quello che appare certo è che nei suoi 35 anni di vita, la donna ha avuto quattro figli e tre mariti, tutti jihadisti. Come è altrettanto certo che la terrorista britannica è ricercata per due soli attentati. Il primo risale al 24 giugno 2012, quando all’interno del bar Bella Vista di Mombasa, dove stavano vedendo la partita tra Italia e Inghilterra valida per i quarti di finale del campionato europeo di calcio 2012, rimasero uccise tre persone e 25 furono ferite dalle schegge delle granate usate per sferrare l’attacco.

In questo attacco la “vedova bianca” è stata incriminata insieme al britannico Habib Saleh Ghani, noto anche come Abu Usama al-Pakistan, nome con cui predicava nella moschea Jamia Hanfia Taleem di Hounslow. Ghani era legato ad Asif Mohammed Hanif, il primo attentatore suicida islamico della storia della Gran Bretagna, che nel 2003 uccise tre persone in un bar di Tel Aviv dopo essere stato reclutato da Hamas a Damasco.

L’altro attentato in cui la Lewthwaite è direttamente implicata è stato compiuto il 9 dicembre 2013, sempre a Mombasa, dove un commando di terroristi ha attaccato un pullman di turisti britannici che stavano andando a visitare il parco nazionale Masai Mara. Fortunatamente, nell’azione non ci furono vittime, né feriti.

Come avvenuto anche negli ultimi giorni, la terrorista britannica viene spesso descritta, soprattutto dai tabloid britannici, come una delle figure ai vertici della struttura di comando di al-Shabaab.

Questa ipotesi però dovrebbe essere oggetto di una certa cautela. In primis, perché la cosiddetta jihad difensiva, che è il codice teologico in base al quale tutte le organizzazioni estremiste islamiche combattono, libera esplicitamente tutti dalla normale autorità (il figlio dal padre, la moglie dal marito, lo schiavo dal padrone, il debitore dal creditore) per combattere la guerra santa.

Secondo questa legge, le donne potrebbero e dovrebbero combattere al fianco degli uomini. Eppure, poiché i jihadisti trovano sostegno tra persone socialmente conservatrici, ciò sarebbe impensabile, non ultimo perché coinvolgerebbe una donna che combatte al fianco di un uomo che non è mahram (un parente maschio).

Tuttavia, ciò non significa che le donne non possono avere un ruolo fondamentale nel promuovere e partecipare alla causa del jihad, anche se il loro impegno sul campo di battaglia è oggetto di controverse interpretazioni da parte dei propugnatori della guerra santa.

La vedova bianca è certamente una terrorista che potrebbe essere inglobata nella struttura di comando della più letale organizzazione jihadista del mondo, ma esaminando i fatti con attenzione sorge il dubbio che il suo tragico percorso all’interno del jihad sia stato troppo enfatizzato.

 

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