Studio: c’è un nesso causale tra clima, conflitti e migrazione

Uno studio realizzato dall’Istituto internazionale per l’analisi dei sistemi applicati (Iiasa) di Laxenburg ha confermato che esiste una relazione causale tra clima, conflitti e migrazione. Il report per la prima volta pone un argine alle numerose speculazioni basate sul fatto che tale collegamento non esistesse, poiché mancavano valide prove scientifiche. Ma adesso è stato provato che le condizioni climatiche portano a un aumento della migrazione.

Lo studio intitolato Climate conflict and forced migration, pubblicato da un team di ricercatori sul numero di gennaio della rivista Global Environmental Change, rileva che negli ultimi decenni ci sono stati numerosi casi in cui le condizioni climatiche sono state collegate all’origine di disordini politici, guerre civili e in ultimo anche ondate migratorie. Uno dei principali esempi è il conflitto in corso in Siria da quasi otto anni. Senza dimenticare, le persone che fuggono dai conflitti in Africa si stanno spostando verso i paesi costieri europei del Mediterraneo.

Raya Muttarak, uno degli studiosi che hanno realizzato il rapporto, ha evidenziato che «la ricerca tocca un argomento ampiamente trattato dai media: contribuendo al dibattito sulla migrazione indotta dal clima fornendo nuove prove scientifiche».

Il team dell’istituto di ricerca austriaco ha analizzato i modelli di migrazione associati ai conflitti esaminando i dati relativi alle domande di asilo provenienti da 157 paesi nel periodo compreso tra il 2006 e il 2015. Per esaminare le condizioni climatiche nei paesi che i richiedenti asilo stavano lasciando, il team ha utilizzato lo Spei (Standardized Precipitation Evapotranspiration Index), un indice standardizzato che misura la differenza fra precipitazione ed evapotraspirazione (perdita d’acqua dal suolo). Mentre per valutare i conflitti, sono stati utilizzato i dati sui decessi nelle guerre estrapolati dall’Uppsala Conflict Data Program (Ucdp).

I tre i set di dati sono stati applicati alla struttura di modellazione utilizzata dal team di ricerca, insieme a informazioni aggiuntive come la distanza tra paese di origine e destinazione, le dimensioni della popolazione, le reti di migranti, lo stato politico dei paesi e l’appartenenza a gruppi etnici e religiosi. E’ attraverso questo procedimento che si è arrivati alla conclusione che il cambiamento climatico ha avuto un ruolo significativo nella migrazione, con le siccità più gravi che hanno notevolmente acuito i conflitti.

Dal 2010 al 2012, l’effetto del clima sui conflitti è stato particolarmente rilevante nei paesi mediorientali, con la cosiddetta Primavera araba che ha portato a rivoluzioni e rivolte in paesi come la Tunisia, la Libia, lo Yemen e la Siria.

Il rapporto dello Iiasa evidenzia inoltre che specialmente in Siria, la lunga siccità e la carenza idrica causate dai cambiamenti climatici hanno causato ripetuti raccolti infruttuosi, originando il trasferimento delle famiglie residenti nelle zone rurali verso le aree urbane. Questo ha a sua volta portato al sovraffollamento, alla disoccupazione, ai disordini politici fino alla guerra civile. Nel medesimo arco temporale, simili dinamiche sono stati riscontrate anche in Africa sub-sahariana

Jesus Crespo Cuaresma, un altro dei co-autori dello studio, evidenzia che «i cambiamenti climatici non causeranno ovunque conflitti e afflussi di  richiedenti asilo, tuttavia in un contesto di scarsa governance e con un livello medio di democrazia, condizioni climatiche molto sfavorevoli possono creare conflitti per la scarsità di risorse».

Infine, i ricercatori sono concordi nel ritenere che le preoccupazioni relative ai conflitti indotti dai cambiamenti climatici, che portano alla migrazione dovrebbero essere prese in considerazione nel contesto degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

 

 

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