Sei paesi africani violano pesantemente la libertà religiosa

L’annuale report della Commissione degli Usa sulla libertà religiosa internazionale ha rilevato che in sei paesi africani sono in atto gravi persecuzioni nei confronti dei credenti. In quattro di queste nazioni: Centrafrica, Nigeria, Eritrea e Sudan, le vessazioni sono «molto gravi, sistemiche, continue e vergognose». Mentre Egitto e Somalia manifestano «tendenze negative che potrebbero svilupparsi in serie violazioni della libertà religiosa».

«In sei nazioni del continente africano sono in atto gravi persecuzioni nei confronti di credenti e minoranze religiose». Lo sostiene l’annuale report della Commissione degli Stati Uniti sulla libertà religiosa internazionale (Uscirf), un’agenzia del governo federale creata ventun anni fa per consigliare l’amministrazione americana su come promuovere al meglio la libertà religiosa.

Il focus dell’Uscirf registra in tutti e quattro gli stati africani l’aumento dell’intolleranza, sostenuta o giustificata dai governi locali, nei confronti delle minoranze religiose. Egitto e Somalia sono invece raggruppati nel livello 2, che comprende i paesi da sorvegliare «perché manifestano tendenze negative che potrebbero svilupparsi in gravi violazioni della libertà religiosa». Una delle situazioni più preoccupanti si registra nella Repubblica Centrafricana scossa dalle violenze dal 2013, quando l’allora presidente Francois Bozizé venne rovesciato con un colpo di stato organizzato da un gruppo di ribelli della fazione a maggioranza musulmana Seleka, assistiti da mercenari provenienti dal Ciad e dal Sudan.

Da allora, il paese è stato dilaniato dalle violenze tra milizie musulmane ex Seleka e quelle a maggioranza cristiana anti-Balaka. Secondo il report, le milizie armate continuano a controllare circa l’80% del paese, dove si contendono il territorio e le sue risorse, oltre ad attaccare civili e dividere le comunità locali in base alla loro identità etnica e religiosa. Senza contare i numerosi ed efferati episodi di violenze contro i luoghi di culto.

La relazione segnala inoltre che con la risoluzione 2399 del 30 gennaio 2018, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso ferma condanna riguardo gli atti di incitamento alla violenza su base etnica o religiosa che minano la pace e la stabilità della Repubblica Centrafricana. Una condanna conseguente all’escalation di attacchi registrata dal 2017 contro i civili colpiti in base alla loro identità religiosa, che però non è stata sufficiente a interrompere la spirale di violenze contro i cristiani.

Come dimostra l’assassinio, nel marzo dello scorso anno, di padre Joseph Desire Angbabata, parroco cattolico di Séko, una località a 60 km da Bambari, ucciso mentre tentava di proteggere i fedeli nel corso di un attacco alla parrocchia di Saint Charles Lwanga. Solo due mesi più tardi, nella capitale Bangui, miliziani islamici hanno assaltato a colpi di granate la chiesa di Nostra Signora di Fatima, mentre molti fedeli cattolici erano riuniti per partecipare alla messa. Nell’attacco sono rimaste uccise 16 persone tra cui un sacerdote, padre Albert Toungoumalè-Baba.

Alla fine dello scorso giugno, è stato assassinato anche Firmin Gbagoua, vicario generale della diocesi di Bambari. L’uccisione del sacerdote sarebbe stata opera di appartenenti all’Unione per la pace in Centrafrica (Upc), milizia musulmana formata da ex ribelli Seleka.

Lo scorso 15 novembre, alcuni miliziani dello stesso gruppo hanno bruciato e saccheggiato un campo profughi situato presso la missione cattolica di Alindao. Nell’offensiva sono morte almeno 48 persone, tra cui il vicario generale della diocesi, monsignor Blaise Mada, e don Celestine Ngoumbango, parroco di Mingala, ennesime vittime di una violenza religiosa che in Centrafrica non sembra conoscere fine.

La situazione è estremamente critica anche in Nigeria, dove in alcuni degli stati a maggioranza musulmana i cristiani sono gravemente discriminati e perseguitati. In particolare, quelli che vivono al Nord, costretti a subire gli attacchi della fazione di Boko Haram legata allo Stato islamico (Iswap).

Mentre i cristiani del centro della Nigeria sono vittime di sequestri sempre più frequenti e di delle scorribande armate dei pastori semi-nomadi fulani, di religione musulmana, che mettono a ferro e fuoco interi villaggi per accaparrarsi le terre degli agricoltori cristiani. Tutto ciò ha provocato decine di migliaia di morti e indotto milioni di persone ad abbandonare le loro abitazioni.

Una delle storie più note in Nigeria è quella della studentessa cristiana Leah Sharibu che, se è ancora in vita, la prossima settimana compirà 16 anni. La ragazza venne rapita il 19 febbraio 2018 dai terroristi islamici dell’Iswap nel corso di un attacco alla scuola secondaria statale di avviamento professionale femminile situata nel villaggio di Dapchi, nello stato di Yobe. Leah è l’unica delle 111 alunne rapite che è ancora prigioniera perché non ha voluto rinunciare alla sua fede.

L’Egitto è stato declassificato dal livello 1 al livello 2, in quanto nel 2018 la libertà religiosa nel paese ha registrato in generale alcuni progressi. Tuttavia, permangono aspre tensioni a livello comunitario, mentre la situazione dei diritti umani rimane assai critica.

Nei suoi discorsi pubblici, il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha più volte ribadito l’importanza della tolleranza religiosa e lo scorso 6 gennaio ha partecipato alla inaugurazione della nuova cattedrale dedicata alla Natività di Gesù, dove si è celebrata la messa della veglia di Natale copta.

Il luogo di culto copto-ortodosso è stato eretto nell’area della nuova capitale amministrativa che si sta costruendo 45 chilometri a est del Cairo, dove sempre a gennaio è stata inaugurata anche la moschea al-Fattah al-Alim, la più grande del paese. Questo però non impedisce ai gruppi estremisti legati allo Stato islamico attivi nel paese di uccidere ogni anno centinaia di cristiani per la loro fede.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

Categorie: Diritti umani | Tag: , | Lascia un commento

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