Le cause e le prospettive della crisi politica in Somalia

Image Border Editor: https://www.tuxpi.com/photo-effects/bordersDa quando, lo scorso 13 aprile, il presidente della Somalia Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, ha annunciato un’estensione del proprio mandato e di quello del suo governo per due anni, la situazione nel paese del Corno d’Africa è diventata sempre più tesa fino a palesare lo spettro di una guerra civile. Una crisi politica cominciata nella seconda metà del 2020 a causa delle difficoltà legate allo svolgimento di nuove elezioni.

Difficoltà legate alla carestia dovuta a un’invasione di locuste, allo scoppio della pandemia da Covid-19, all’aumento dell’insorgenza dei militanti islamisti di al-Shabaab e ai disordini civili all’interno del paese. Nel maggio 2020, il primo ministro Hassan Ali Kheyre (estromesso nel luglio scorso da Farmajo) aveva confermato che le elezioni si sarebbero tenute all’inizio del 2021. Il voto però è saltato e la decisione di prorogare il mandato del presidente Farmajo, eletto nel 2017, non ha fatto altro che peggiorare lo stato delle cose.

La Camera Bassa del Parlamento aveva approvato la proroga biennale del mandato presidenziale, chiedendo elezioni a scrutinio universale dirette alla fine del biennio di transizione. Di contro, i leader della Camera Alta avevano respinto la mozione del prolungamento del mandato definendo illegale il voto della Camera Bassa e spingendo gli oppositori di Farmajo a prendere le armi, con la minaccia di marciare su Villa Somalia.

Non c’è dunque da stupirsi, se la rinuncia al prolungamento del suo mandato, scaduto lo scorso 8 febbraio, che il presidente somalo ha annunciato alla nazione lo scorso 28 aprile, abbia avuto pochi effetti nel tentativo di far uscire il paese dal vicolo cieco. Del resto, la rinuncia di estendere il mandato è stata formulata da Farmajo in maniera piuttosto ambigua, perché nel suo discorso il capo di Stato ha chiesto al Parlamento somalo l’annullamento della proroga, rimettendo di fatto nelle mani dei legislatori la decisione finale.

Un ripensamento che nella sostanza è stato solo verbale ed è arrivato solo dopo insistenti pressioni internazionali e interne. Secondo gli osservatori, a indurre Farmajo all’annullamento della prosecuzione del mandato sarebbe stato anche l’improvviso voltafaccia di alcuni dei suoi alleati di spicco, come il nuovo primo ministro Mohamed Hussein Roble e i presidenti di tre dei cinque Stati federali della Somalia: Hirshabelle, Southwest e Galmudug, schieratisi con gli oppositori nel chiedere la deposizione del presidente.

La tensione nel paese è tangibilmente aumentata lo scorso 25 aprile, quando in due quartieri a nord della capitale Mogadiscio, le forze di sicurezza si sono scontrate contro le milizie che sostengono l’opposizione, la maggior parte delle quali appartiene al clan Hawiye degli ex presidenti Hassan Mohamud e Sharif Ahmed; mentre Farmajo fa parte del clan Darod, storico rivale degli Hawiye. Da allora, un numero imprecisato di soldati dell’esercito ha abbandonato le caserme alla periferia della capitale, per convogliare nelle zone chiave, che ora sono sotto il loro controllo.

Da parte sua, il presidente uscente somalo ha pubblicato una sorta di memoria difensiva del proprio operato, in un articolo pubblicato ieri sul sito dell’autorevole rivista statunitense Foreign Police. Nel suo scritto, Farmajo spiega che la Camera Bassa del Parlamento aveva approvato l’estensione del mandato presidenziale per evitare un vuoto di potere, dopo che quello attuale quadriennale era terminato l’8 febbraio.

Secondo Farmajo, la Camera del popolo si era pronunciata seguendo i dettami di una accordo raggiunto lo scorso settembre volto a garantire che il trasferimento politico del potere avvenga solo attraverso elezioni. Questo implica che gli attuali funzionari eletti devono rimanere in carica fino a quando non vengono rieletti o sostituiti attraverso il processo elettorale.

Al centro del disaccordo ci sarebbe dunque un conflitto tra l’obiettivo del suo governo di assicurare un suffragio universale attraverso elezioni dirette e quello dell’opposizione, che insiste su un modello elettorale indiretto volto a favorire le élite e negare il voto ai cittadini comuni.

Farmajo chiosa il suo articolo chiedendo se sia giunto il tempo che la comunità internazionale si interroghi sul perché i pochi eletti anziani dei clan e i leader degli Stati membri federali devono tenere in ostaggio il popolo somalo ogni quattro anni? E perché gli interessi privati di questa ristretta élite devono tacitare il consenso dei milioni di persone che affermano di rappresentare?

Nel rispondere al presidente somalo, c’è da chiarire che l’accordo del settembre 2020 si riferisce a un processo elettorale in base al quale gli anziani dei clan selezionano i delegati ai collegi elettorali, che a loro volta scelgono i legislatori federali che poi scelgono un presidente. Ma è proprio su queste nomine, oltre che su quelle della Commissione elettorale, che si è giocato finora lo scontro politico tra Farmajo e i suoi oppositori.

Nella sostanza, però, quello che non si è riusciti a superare è stato il problema organizzativo relativo alla riforma del presidente somalo, che aveva garantito, a partire da febbraio 2020, il diritto di voto a tutti i cittadini del paese, mantenendo così quella che era una stata una sua promessa elettorale. Alla fine, non è stato possibile rispettare né il termine per le elezioni parlamentari né il termine per quelle presidenziali, a causa della mancanza di fondi e di infrastrutture per garantire il suffragio universale.

Nel frattempo, gli estremisti islamici di al-Shabaab sembrano approfittare del vuoto di potere in Somalia per intensificare gli attacchi contro i civili e le stazioni di polizia. Una recrudescenza delle violenze di matrice islamista, che si accompagna al pericoloso periodo di frammentazione per le forze di sicurezza della Somalia. Tutto innescato dal fallito tentativo del presidente somalo di estendere il suo mandato di due anni.

Articolo pubblicato su Eastwest.eu

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