La giovane democrazia tunisina a rischio implosione

crisi politica TunisiaSi infiamma la crisi politica e istituzionale in Tunisia, dove nei giorni scorsi migliaia di persone esasperate dall’acuirsi della crisi economica e da una nuova ondata di contagi di Covid-19, sono scese in piazza per protestare contro il partito Ennahda, il “Movimento della Rinascita” islamista moderato che ha la maggioranza in parlamento. I dimostranti hanno invaso le strade della capitale Tunisi e di altre città come Gafsa, Sidi Bouzid e Nabeul.

Nei lunghi cortei sono stati scanditi slogan contro il governo e avanzate tre richieste: una modifica alla Costituzione, lo scioglimento del parlamento e un periodo di transizione gestito dall’esercito, pur mantenendo il presidente della Repubblica, Kais Saied, come capo dello Stato. Per arginare la deriva della crisi, domenica scorsa, il presidente del parlamento e del movimento Ennahda, Rached Ghannouchi aveva chiesto ai suoi sostenitori di scendere in strada per difendere il governo democraticamente eletto.

Tuttavia, per la prima volta, le manifestazioni avevano preso di mira le sedi di Ennahda, che sono state oggetto di gravi atti di vandalismo e in alcuni casi perfino bruciate, mentre rimane latente il rischio che tra i sostenitori del governo e quelli del presidente Saied si verifichino scontri e violenze.

L’emergenza che sta destabilizzando il paese nordafricano, domenica sera, ha indotto Saied a rimuovere il primo ministro Hichem Mechichi e sospendere i lavori del Parlamento per trenta giorni, in base dell’articolo 80 della Costituzione vigente dal 2014, che gli consente di prendere il potere in caso di emergenza nazionale.

Saied ha annunciato che assumerà gli incarichi di Governo “con l’ausilio” di un nuovo primo ministro di sua nomina. Il presidente tunisino ha preso le sue decisioni nel corso di una riunione d’emergenza con funzionari militari e della sicurezza. Decisioni che revocano l’immunità parlamentare e impongono il coprifuoco notturno dalle 19 alle 6 in tutto il paese, aprendo le porte a un nuovo governo che dovrebbe essere designato da Saied.

Le disposizioni presidenziali hanno provocato la dura reazione del presidente del parlamento e leader di Ennahda Rached Ghannouchi, che ha definito l’iniziativa di Saied “un golpe contro la rivoluzione e contro la Costituzione”. Ghannouchi ha precisato che la mossa di Saied è equiparabile a un “colpo di Stato” e potrebbe portare a una grave destabilizzazione del paese.

Una ferma condanna è giunta anche dal segretario generale dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani (Iums), Ali al-Qaradaghi, che ha respinto qualsiasi tentativo di golpe in Tunisia, anche se messo in atto da un gruppo islamico.

Risalgono già allo scorso maggio le voci su un piano per rovesciare il governo tunisino e affidare al presidente Saied, il pieno controllo delle istituzioni. Lo scorso 24 maggio, il portale specializzato Middle East Eye era entrato in possesso di un documento datato 13 maggio, classificato “top secret” che conteneva nel dettaglio il piano con cui Saied intendeva prendere il potere.

La decisione di destituire il primo ministro Mechichi è stata presa dal capo dello Stato, dopo una giornata di imponenti manifestazioni contro la dirigenza politica tunisina. Senza dimenticare che fin dall’inizio del suo mandato presidenziale, nell’ottobre 2019, Saied si è sempre trovato in aperta contrapposizione con Mechichi e a più riprese il paese ha vissuto momenti di duro scontro istituzionale, con il presidente che per non provati conflitti d’interesse ha bloccato anche le nomine di diversi ministri.

Lo scontro perenne si è così tradotto in marcate difficoltà politiche, che hanno impedito di gestire in modo adeguato le risorse. È possibile che i fatti di ieri siano solo la conseguenza di una crisi politica, ma con l’esercito che circonda il palazzo del parlamento per impedire l’ingresso di Ghannouchi e del suo staff non si può non ricordare il colpo di Stato che permise all’attuale presidente Abdel Fattah al–Sisi di insediarsi in Egitto. Un golpe realizzato con il supporto di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che pose fine alla democrazia nel paese.

Come è noto, la Tunisia si trova da anni a dover fronteggiare una gravissima crisi politica e Mechichi è il terzo capo del governo a entrare in carica e a essere destituito in poco più di un anno, mentre il parlamento è molto frammentato con nessun partito che detiene più del 25% dei seggi.

I problemi principali però sono di natura finanziaria, con un economia stagnante, aggravata da una paralisi politica che non ha fatto altro che bloccare le riforme necessarie per rilanciare la crescita. L’altra criticità che ha scatenato le proteste di piazza degli ultimi giorni è di carattere sanitario, con la Tunisia che rimane uno dei paesi con i peggiori tassi di mortalità da Covid-19 del mondo. Malgrado ciò, Tunisi finora ha ricevuto solo un sesto delle dosi promesse nell’ambito del programma Covax sostenuto dalle Nazioni Unite.

Nel frattempo, gli ospedali pubblici, già in difficoltà in tempi normali a causa della cattiva gestione e della mancanza di risorse, all’inizio dell’estate hanno chiesto nuovamente aiuto per ottenere dispositivi protettivi e strumenti per la rianimazione. E al momento, non è chiaro nemmeno cos’abbia intenzione di fare Saied, che è un avvocato costituzionalista eletto come indipendente, senza un partito a sostenerlo. Saied ha contribuito alla stesura della Costituzione tunisina, ma subito dopo ne ha cominciato a criticare diversi elementi.

Dopo la sua elezione, si è detto più volte a favore di aumentare i poteri della presidenza, che attualmente ha un ruolo marginale legato alla politica estera e alla difesa. Tuttavia, non è ancora chiaro quale sia l’effettivo sostegno di cui gode il presidente in Tunisia, e se sarà possibile per lui assumere il potere esecutivo del paese, come ha annunciato. Quello che invece era certo è che pure il partito Ennahda stesse cercando un sostituto per Mechichi, per rispondere anche alle richieste del più grande sindacato tunisino, l’Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt).

Lo stallo politico, nel pieno di un’emergenza sanitaria ed economica impossibili da affrontare in queste condizioni, ha esacerbato la crisi e il calo di consenso per Ennahda. Questo ha portato alla destituzione di Mechichi e ad acuire l’instabilità nell’unico paese arabo che dopo le rivolte popolari di dieci anni fa è riuscito a realizzare una transizione democratica.

Articolo pubblicato su Eastwest.eu

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