Il fascino letale della “vedova bianca” | Intervista

Image Border Editor: https://www.tuxpi.com/photo-effects/bordersIn occasione dell’uscita del mio nuovo libro “Il jihadismo femminile in Africa”, il magazine online Spazio pubblico mi ha intervistato sulla figura della terrorista convertita britannica  Samantha Louise Lewthwaite, conosciuta come la “vedova bianca” e ritenuta responsabile di numerose attentati terroristici in Africa. Una storia che merita di essere compresa a fondo, perché non è l’unica donna a essere volontariamente diventata jihadista.

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Per gli organi d’informazione mainstream è la donna più ricercata del mondo. Per i servizi d’intelligence che le danno la caccia è la vedova bianca. Per molti, una rinnegata che ha tradito il suo paese, la sua cultura, e ha abbracciato la causa del grande nemico dell’Occidente: l’estremismo islamico.

La sua storia merita di essere compresa a fondo. Perché Samantha Lewthwaite è forse la più famosa ma non certo l’unica donna a essere volontariamente diventata, almeno questa è l’ipotesi degli investigatori, una jihadi. Nata a Banbridge, nel nord dell’Irlanda, il 12 maggio 1983, Samantha si converte all’Islam all’età di 17 anni.

Iscritta all’università, corso di studi orientali e africani, durante una manifestazione incontra Abdullah Shaheed Jamal, conosciuto anche come Germaine Lindsay, nato in Giamaica ed emigrato in Inghilterra all’età di 5 anni. Il 7 luglio 2005, su un treno in viaggio da King’s Cross St Pancras verso Russel Square, a Londra, Lindsay, aziona la sua bomba. Nell’attentato muoiono 26 persone.

Samantha viene subito sospettata, dalla polizia londinese, d’essere complice del marito e dell’organizzazione qaedista che ha colpito Londra così duramente. Ma non ci sono prove evidenti del suo coinvolgimento: lei si dichiara completamente estranea ai fatti, condanna con fermezza gli attacchi, sostiene che il marito sia stato “avvelenato” da radicali islamici. Ore d’ interrogatorio serrato non fanno emergere alcuna contraddizione nel suo racconto: le credono quasi tutti, poliziotti e giornalisti. Lei aspetta il secondo figlio da Lindsay, che nascerà due mesi dopo la sua morte. Poi, scompare. Da quel momento il suo volto viene associato a numerose stragi di natura terroristica in Africa, come l’attacco al centro commerciale Westgate di Nairobi del settembre 2013.

Marco Cochi, giornalista professionista, blogger, analista dell’Osservatorio nazionale sulla radicalizzazione e il contrasto al terrorismo (ReaCT), dell’Africa Research Development Forum e del think tank Il Nodo di Gordio, nel suo libro “Il jihadismo femminile in Africa”, edito da Start/InSight, ripercorre le vicende di Samantha e di altre donne, spesso culturalmente preparate e benestanti, che a un certo punto scelgono la via del jihad.

Nel suo libro, “Il jihadismo femminile in Africa” lei descrive il ruolo operativo che molte donne hanno ricoperto all’interno di due organizzazioni, Boko Haram e Al Shabaab.

Le donne africane che abbracciano il jihad non sono direttamente impegnate sul campo di battaglia, ma questo non impedisce loro di svolgere ruoli importanti per il supporto del gruppo, come quello di spia, staffetta e addetta al reclutamento. In alcuni casi, sono anche impegnate a livello ideologico nella diffusione della dottrina jihadista. Alcune militanti del gruppo somalo al-Shabaab hanno svolto un ruolo attivo nella logistica e nell’esecuzione di attentati. Una tra tutte la convertita britannica Samantha Louise Lewthwaite, conosciuta anche come la “vedova bianca”.

Il caso della Ummulkheir e di altre giovani evidenzia un cambiamento nel profilo delle donne che si uniscono a formazioni jihadiste in Africa, per esempio riferito al livello di istruzione o alla classe sociale di appartenenza. A cosa è dovuto, secondo lei, questo cambiamento?

Ummulkheir Sadri Abdalla è una delle quattro giovani che nel marzo 2015 furono arrestate dalla polizia di Mombasa a Elwak, città del Kenya al confine con la Somalia, con l’accusa di voler passare la frontiera per unirsi ad al-Shabaab. Le quattro ragazze provenivano tutte da famiglie benestanti e dotate di un buon livello d’istruzione, laureate o prossime al conseguimento del titolo. Tale peculiarità conferma che negli ultimi anni il gruppo estremista somalo non ha riscosso consensi solo tra le donne con un basso livello di istruzione, come è avvenuto nei primi anni dopo la fondazione. Queste figure femminili all’interno del gruppo non si adeguano al cliché della donna sottomessa e marginalizzata, ma esercitano un ruolo proattivo anche senza far parte degli organi decisionali. C’è anche da evidenziare che l’arruolamento delle ragazze maggiormente istruite molto raramente è il risultato di un processo d’indottrinamento religioso. Gli ultimi studi del fenomeno convergono su un coinvolgimento nell’estremismo islamico armato delle donne dotate di un buon livello culturale, principalmente per ragioni legate a una forma di emancipazione. Ma non è facile capire quali siano i fattori di spinta che le portano a compiere la scelta estrema e, se non abbiamo una buona comprensione delle ragioni per cui questi gruppi riescono a reclutare, c’è il rischio tangibile di sviluppare soluzioni che non sono al passo con il problema che stiamo cercando di affrontare.

Posto il retaggio patriarcale di queste formazioni jihadiste, è possibile che le donne che vi appartengono siano in grado di proporre e ottenere, all’interno del gruppo stesso, delle “riforme” significative rispetto alla propria condizione originaria?

Alcuni recenti studi hanno dimostrato che in molti casi sia al-Shabaab che Boko Haram hanno offerto qualche misura di protezione alle donne, che per anni sono state vittime della diffusa illegalità, anche a causa dell’accresciuta vulnerabilità ai rapimenti e alla violenza sessuale. Per esempio, i tribunali del gruppo estremista somalo spesso garantiscono il rispetto del diritto di famiglia islamico, assicurando che le donne ricevano un rimborso della dote in caso di divorzio o la quota legittima dell’eredità in caso di dipartita del coniuge. L’imparzialità dei meccanismi giudiziari di al-Shabaab non deve però essere sopravvalutata, perché a volte le donne subiscono punizioni crudeli come la lapidazione per accuse che riflettono il retaggio patriarcale del gruppo. Tuttavia, l’assenza delle istituzioni statali in molte aree della Somalia rende i tribunali di al-Shabaab l’unico mezzo per rivendicare ciò che è loro dovuto.

La possibilità di emanciparsi dalla propria condizione può motivare arruolamenti spontanei, da parte delle donne, nei gruppi jihadisti?

È molto importante valutare il reale grado di sostegno di cui le due organizzazioni godono tra le donne. Per esempio, fin dall’inizio della sua affermazione in Somalia, dopo l’implosione dell’Unione delle corti islamiche, al-Shabaab ha introdotto severe restrizioni al comportamento delle donne e forti limitazioni nel loro accesso alla sfera pubblica. Ciononostante, va considerato che il movimento punisce in maniera esemplare gli stupratori e tutela persino le donne che hanno denunciato episodi di violenza domestica. Questi ultimi fattori e la possibilità di realizzarsi come donna attraverso il connubio con un marito jihadista possono favorire l’arruolamento delle donne in questi gruppi. I leader estremisti africani hanno più volte sottolineato nei loro comunicati l’importanza del ruolo delle donne come mogli e madri, determinanti per crescere i bambini secondo i dettami dell’islam radicale. Tutto ciò rappresenta un apporto determinante per la sopravvivenza e la proliferazione del gruppo.

Ugo Lucio Borga

Categorie: Interviste, Terrorismo | Lascia un commento

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