Amnesty denuncia un’ondata di repressione in Sud Sudan

Image Border Editor: https://www.tuxpi.com/photo-effects/bordersNella scorsa settimana, Amnesty International ha denunciato una nuova ondata di repressione in Sud Sudan, che ha costretto molti attivisti anti-governativi a nascondersi dopo una serie di abusi e arresti arbitrari. Mentre il paese africano è devastato da oltre cinque anni di brutale guerra civile, terminata nel febbraio dello scorso anno, che ha evidenziato tutte le fragilità proprie di uno stato emergente e provocato l’uccisione di quasi 400mila persone.

La più giovane nazione del mondo è permanentemente afflitta da instabilità da quando è diventata indipendente nel luglio 2011. Per questo, la neonata Coalizione popolare per l’azione civica (Pcca), un folto raggruppamento di attivisti, accademici, avvocati ed ex funzionari governativi, ha esortato il governo a dimettersi.

Nelle ultime settimane, le autorità hanno adottato una linea dura contro tale richiesta, arrestando otto attivisti, tre giornalisti e due dipendenti di un’organizzazione no-profit pro-democrazia. La repressione ha fatto seguito alla dichiarazione del mese scorso della Pcca, che ha descritto l’attuale regime come «un sistema politico sull’orlo della bancarotta diventato assai pericoloso, dopo aver condannato il suo popolo a indicibili sofferenze».

La Pcca ha quindi rivolto un appello ai sud sudanesi per dare vita a una rivolta pacifica volta a rovesciare l’attuale regime e porre fine alla crisi endemica del paese. Lo scorso 30 agosto, in concomitanza con l’inaugurazione del nuovo parlamento da parte del presidente Salva Kiir, la Coalizione aveva esortato la popolazione a manifestare il proprio dissenso nella capitale Juba, ma l’appello non ha raccolto molte adesioni e alla fine la manifestazione non si è svolta.

La scarsa partecipazione alla protesta di piazza è in gran parte dovuta al fatto che le autorità avevano bollato la manifestazione come “illegale” e schierato forze di sicurezza in assetto antisommossa per controllare le strade e reprimere qualsiasi segno di opposizione.

Deprose Muchena, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale, ha dichiarato in una nota: «Le proteste pacifiche devono essere agevolate piuttosto che represse o prevenute con arresti, molestie, pesanti dispiegamenti di sicurezza o altre misure punitive».

L’organizzazione impegnata nella tutela dei diritti umani ha osservato che gli attivisti che hanno raccolto l’appello della Pcca hanno subito maltrattamenti dopo l’interruzione della manifestazione. Mentre alcuni, tra cui i fondatori della Coalizione, sono stati arrestati dalla polizia con pesanti accuse come sovversione, sabotaggio, terrorismo, istigazione alla violenza e tradimento, reato per cui è prevista la pena di morte.

Le autorità di Juba hanno anche chiuso Radio Jonglei, che non trasmette dal 27 agosto, quando i funzionari della sicurezza hanno fatto irruzione nella stazione trattenendo tre dei suoi giornalisti: Matuor Mabior Anyang, Ayuen Garang Kur e Deng Gai Deng, ai quali sono stati sequestrati i telefoni cellulari. Il motivo ufficiale del raid della polizia era impedire alla stazione radio di continuare a trasmettere, poiché i suoi giornalisti erano sospettati di simpatizzare con la Pcca e accusati di aver trasmesso un appello per aderire alla manifestazione del 30 agosto.

La decisione ha suscitato la reazione di Reporter senza frontiere (Rsf), che ha condannato la chiusura dell’emittente radiofonica e ha chiesto la fine immediata della repressione nei confronti dei giornalisti e degli organi di informazione sud sudanesi, sottolineando che la libertà di espressione nella nazione africana è seriamente minacciata (il Sud Sudan è al 139° posto su 180 paesi nel World Press Freedom Index 2021 di RSF).

La chiusura di Radio Jonglei è l’ultimo atto di una serie di rappresaglie contro i giornalisti dall’inizio di luglio, quando Alfred Angasi, un giornalista della South Sudan Broadcasting Corporation (Ssbc), la televisione di Stato del Sud Sudan, è stato arrestato e trattenuto arbitrariamente per più di due settimane per essersi rifiutato di leggere un decreto presidenziale durante un telegiornale.

Anche il reporter di Al Jazeera, Ajou Luol, è stato brevemente detenuto a seguito di una discussione con gli agenti della sicurezza, quando il presidente Salva Kiir ha tenuto il discorso per l’apertura del Parlamento il 30 agosto. Mentre altri due giornalisti presenti in quel momento, Maura Ajak e Yom Manas, sono stati minacciati e malmenati, quando hanno cercato di boicottare la sessione per protestare contro il fermo di Luol.

Arnaud Froger, capo del desk Africa di Rsf, ha dichiarato che «l’ondata di arresti e minacce contro i giornalisti nelle ultime settimane è preoccupante e conferma la palese ostilità delle autorità nei confronti dei media. Tutto questo evidenzia quanto sia difficile per i giornalisti occuparsi di politica in Sud Sudan, dove dal 2014 sono stati uccisi almeno dieci giornalisti».

Nel frattempo, le informazioni online sono attentamente monitorate e sottoposte a censura, mentre lo scorso 30 agosto, giorno della prevista protesta antigovernativa, impedita dalle forze armate, l’accesso a internet è stato interrotto in tutto il paese.

Gli animatori delle proteste accusano il presidente Salva Kiir e il suo vicepresidente Riek Machar di continue rivalità su questioni interne, sfociate in più occasioni in aperto conflitto, e di essere incapaci di trovare un accordo per il bene del paese.

Secondo i leader della Pcca, i due politici preferirebbero privilegiare i propri interessi personali mentre a dieci anni dalla sua indipendenza, il Sud Sudan è ancora uno dei paesi più poveri del pianeta con l’82% della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà, nonostante le riserve provate di petrolio e i cospicui aiuti della comunità internazionale.

Articolo pubblicato su Eastwest.eu

Categorie: Diritti umani, Politica | Tag: , | Lascia un commento

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