Cosa accadrà in Mali dopo le ferree sanzioni dell’Ecowas?

Image Border Editor: https://www.tuxpi.com/photo-effects/bordersLa Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) il 16 gennaio ha emanato una serie di dure sanzioni contro il Mali, che impongono la chiusura delle frontiere terrestri e aeree con gli altri paesi appartenenti al blocco regionale, l’interruzione degli aiuti finanziari, l’embargo commerciale, il divieto di viaggio e il congelamento dei beni dei membri dell’autorità di transizione nelle banche degli Stati Ecowas.

La decisione è arrivata dopo che la giunta militare guidata dal colonnello Assimi Göita, ha annunciato di voler estendere l’attuale transizione da sei mesi a cinque anni, al fine di consentire la realizzazione di riforme istituzionali strutturali prima di condurre il paese alle elezioni.

Dopo il golpe del 24 maggio 2021, che sancì la presa del potere in prima persona di Göita (il secondo golpe militare dopo quello che il 18 agosto 2020 destituì il presidente Ibrahim Boubacar Keita, ndr), la giunta militare aveva promesso che il Mali sarebbe tornato al governo civile nel febbraio 2022, dopo aver tenuto elezioni presidenziali e legislative, ma negli ultimi mesi ha deciso che andare al voto non fosse la priorità.

I paesi dell’Ecowas ritengono che in questo modo la giunta abbia preso in ostaggio il popolo maliano e hanno imposto le sanzioni più severe mai comminate a un paese africano. E anche l’Unione europea è pronta a imporre misure in linea con quelle adottate dall’organismo regionale contro i militari maliani, che stanno ostacolando la transizione democratica nel paese.

Lo ha annunciato l’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, dopo un incontro informale dei ministri degli esteri dell’Ue a Brest, nella Francia occidentale. A Borrell ha fatto eco il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, che ha definito la situazione “preoccupante”, precisando che se «gli europei rimarranno impegnati nel Sahel, questo non avverrà a qualunque prezzo».

A incrinare ulteriormente i rapporti fra Parigi e Bamako è stata la decisione del ministro degli Esteri Abdoulaye Diop di schierare i combattenti del gruppo Wagner. La comprovata presenza dei contractor russi ha innescato un forte contraccolpo diplomatico da parte di Francia, Unione europea e Stati Uniti, che accusano il gruppo di «sostenere la giunta al potere in Mali con il pretesto del contrasto ai jihadisti».

Se non si registreranno cedimenti da parte delle autorità maliane, che vedono diminuire le loro opzioni anche se si fanno scudo con la “dignità nazionale”, è tangibile il rischio che la situazione nel paese si deteriori, fino ad arrivare al ritiro dell’Operazione Takuba, la forza multinazionale a guida francese che coinvolge le truppe di molti paesi europei, tra cui anche l’Italia.

Il governo di transizione, lo scorso dicembre, aveva negato che nel paese fossero stati dispiegati mercenari, confermando solo la presenza sul campo di “addestratori russi” per rafforzare la capacità operativa delle forze di sicurezza. Nel frattempo, il governo di Mosca è emerso come il principale sostenitore del Mali con l’appoggio della popolazione maliana, tra cui cresce il risentimento antifrancese.

Senza dubbio, le sanzioni dell’Ecowas hanno permesso alle autorità di Bamako di manipolare a suo favore questo sentimento, che esacerba il nazionalismo, trasformando la Francia nel colpevole ideale. Per non parlare della manipolazione da parte della Russia che vuole lasciare il segno nel continente.

Secondo Antoine Glaser, uno dei massimi esperti di Africa e autore di sei saggi sul continente, il sentimento antifrancese affonda le sue radici nel fatto che la Francia esiste come una sorta di anacronismo storico. Mentre il continente sta diventando più globale, la presenza militare francese dà l’impressione, a una larga parte della popolazione, che Parigi voglia ancora imporre la sua influenza nel vecchio stile della Françafrique. Un approccio che la gioventù maliana, e più in generale quella africana, non è più disposta a tollerare.

Tuttavia, quando si parla del Mali, la Francia è sempre in prima linea in tutte le discussioni per un semplice motivo: la sua potenza militare e la sua presenza in Africa sono alla base dell’autorità di Parigi sulla scena internazionale. Senza l’Africa, la Francia è indebolita e rimane intrappolata in un difficile equilibrio tra interessi africani e internazionali.

E, attraverso l’assunzione della presidenza di turno del Consiglio Ue, la Francia cercherà di consolidare questo equilibrio, come dimostra l’annuncio di Macron davanti alla plenaria dell’europarlamento a Strasburgo, nel suo discorso di introduzione dei sei mesi di guida francese.

Il numero uno dell’Eliseo ha espresso la ferma intenzione di rinnovare il partenariato tra Europa e Africa in vista del prossimo vertice Ue-Ua, in programma il 16 e 17 febbraio a Bruxelles. Ha poi aggiunto che «il futuro dell’Africa è di importanza strategica per l’Ue». Da qui, la necessità di proporre al continente africano una nuova alleanza basata sul dialogo politico e sull’impegno operativo, dalla Somalia alla regione del Sahel.

Un rinnovato e costante impegno da parte delle istituzioni europee per disinnescare quel mix pericoloso, composto da instabilità, gruppi estremisti islamici, frontiere porose, strutture statali deboli, mercenari e povertà diffusa, che oscurano il futuro del Mali e della più ampia regione del Sahel.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

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