Dal Tigray all’Oromia, l’Etiopia sull’orlo della “guerra totale”

Image Border Editor: https://www.tuxpi.com/photo-effects/bordersLa “tregua umanitaria a tempo indeterminato” proposta dal governo federale di Addis Abeba e accettata lo scorso 24 marzo dai ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf) finora sembra reggere. Una tregua siglata per consentire la consegna degli aiuti umanitari alla popolazione della regione dell’Etiopia settentrionale, stremata da 17 mesi di conflitto. Tuttavia, negli ultimi giorni la tenuta del cessate il fuoco è apparsa alquanto precaria.

Come conferma la lettera aperta scritta il 20 aprile dal presidente dello stato regionale del Tigray, Debretsion Gebremichael, al Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per denunciare lo stato della crisi in atto in Etiopia e i suoi possibili risvolti.

Secondo la versione del leader tigrino, la tregua annunciata da Addis Abeba non è stata accompagnata dall’afflusso di aiuti richiesti urgentemente dal governo di Macallè, permettendo solo a pochissimi convogli umanitari di arrivare nella regione per alleviare le sofferenze della popolazione civile.

Tuttavia, il governo del primo ministro Abiy Ahmed ha tutto l’interesse che la tregua regga a tempo indeterminato e negli ultimi giorni l’arrivo dei camion carichi di aiuti sta accelerando. Un interesse ben dettagliato in un’analisi del centro di analisi geopolitica Critical Threats (CT), basato a Washington, che evidenzia come il governo etiope avrebbe proposto la tregua nel Tigray nel tentativo di congelare il conflitto.

Secondo CT, la cessazione delle ostilità in Tigray era assolutamente necessaria all’Etiopia per spostare risorse su quella che sta diventando un’altra priorità, forse ancora più urgente: l’insurrezione dei ribelli separatisti dell’Esercito di liberazione dell’oromo (Ola), l’ala militare del Fronte di liberazione oromo, che ha capitalizzato le recriminazioni e la disillusione della comunità locale.

Di fatto, la guerra del Tigray e la risposta del governo hanno normalizzato la violenza politica e incoraggiato i gruppi armati di allineamento etnico a mobilitarsi per affrontare le ingiustizie subite. Così le milizie etniche dell’Oromia hanno approfittato delle frustrazioni tra le popolazioni emarginate per prendere le armi e arrivare a controllare otto zone amministrative, oltre a condurre attacchi letali in tutte le 21 zone della più popolosa regione etiopica.

Era dunque inevitabile che lo scorso 4 aprile Ahmed annunciasse una massiccia offensiva del governo regionale dell’Oromia contro l’Ola, concentrando inizialmente l’azione nella parte meridionale, vicino al confine con il Kenya, per poi estendere le operazioni in altre cinque zone della regione. 

Tuttavia, dopo quasi un mese, l’offensiva non è ancora riuscita a circoscrivere l’insurrezione e impedire all’Ola di stabilire basi nei paesi vicini, nonostante la sigla di accordi di sicurezza con il Kenya e il Sud Sudan per rendere impossibile ai combattenti separatisti di attraversare i porosi confini dei due Stati e rifornirsi di armi.

Gli accordi però non garantiscono la collaborazione di Nairobi, che da anni tollera la presenza di basi militari del Ola, in quanto la popolazione oromo proviene proprio dal Kenya, da dove circa 600 anni fa migrò alla volta dell’Etiopia. Mentre il governo di Juba non ha la capacità di ottemperare agli accordi con un esercito debole, diviso e ancora impegnato negli strascichi della guerra civile iniziata nel dicembre 2013.

Infine, le violenze in Oromia e nelle aree limitrofe stanno peggiorando la già gravissima crisi umanitaria in Etiopia, alimentata dalla siccità che ha provocato una nuova carestia nel paese paragonabile a quella del 1983-85, che fece scalpore a livello internazionale e portò alla realizzazione del Live Aid, il più grande evento musicale benefico di sempre.

Mentre tutte le risorse del paese sono state convogliate per sostenere lo sforzo bellico contro il Tplf e l’Ola, provocando una insostenibile inflazione del birr, la valuta locale, e un incontrollabile aumento del costo della vita, che non permette più agli etiopici di acquistare cibi, vestiti e beni di prima necessità.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

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