La politica della Nato in Africa: dal Darfur alla guerra libica

Image Border Editor: https://www.tuxpi.com/photo-effects/bordersSullo sfondo dell’aggressione armata della Russia all’Ucraìna sta emergendo una nuova mappa geopolitica, nella quale l’Organizzazione del trattato del nord atlantico (Nato) sta riacquistando la sua influenza, anche in contrasto con l’espansione di Mosca. Nel medesimo scenario, buona parte dell’Africa si distingue per la tendenza ad assumere un approccio cauto, cercando di mantenere un difficile equilibrio tra aggressore e aggredito.

I rapporti tra l’Alleanza atlantica e l’Unione africana (Ua) hanno una storia relativamente breve e nessuno dei 55 paesi membri dell’Ua figura tra i 30 appartenenti alla Nato. Tuttavia, nel corso degli ultimi 17 anni, l’Alleanza ha firmato diversi accordi di cooperazione militare con l’organismo panafricano o con singoli paesi del continente.

Tra i due accordi di maggior rilievo c’è quello che corrisponde al nome di Nato Training Cooperation Initiative, firmato nel novembre 2006, con lo scopo di addestrare gli eserciti di paesi alleati con gli Stati Uniti e non membri della Nato, localizzati in particolare in Africa.

La seconda intesa, è stata firmata l’8 marzo 2014 ad Addis Abeba, per formalizzare la creazione di un ufficio di collegamento della Nato (Senior Military Liaison Office – Smlo) nella capitale etiopica, che ospita la sede istituzionale dell’Unione africana. Lo scopo dello Smlo è di facilitare una maggiore cooperazione fra le due organizzazioni in tutte le aree di comune interesse.

Inoltre, la Nato è presente in altre operazioni in Africa e fornisce supporto operativo e assistenza all’African Standby Force (Asf), la forza continentale di reazione rapida, creata ufficialmente nel 2003 per intervenire nelle aree di crisi in Africa.

Il primo intervento della Nato nel continente africano risale al 2005, per fornire sostegno logistico alla missione di pace dell’Unione africana in Darfur (Amis), la regione sudanese allora piagata da una micidiale guerra tribale, che ha provocato più di 400mila morti e praticamente non è mai finita. Il supporto della Nato terminò il 31 dicembre 2007, quando la Amis fu sostituita dalla missione ibrida delle Nazioni unite e dell’Ua (Unamid).nIl secondo intervento ebbe luogo l’anno successivo e fu condotto dalla Forza di risposta rapida della Nato nell’arcipelago di Capo Verde, dove si tenne con successo l’esercitazione Steadfast Jaguar.

Nel maggio 2007, la Nato approvò la richiesta dell’Ua di fornire trasporti aerei e navali per tutti i gli stati membri disposti a supportare la missione Amisom in Somalia. Oltre al supporto aereo e navale, l’Alleanza ha messo a disposizione un team di esperti per fornire training e consulenze strategiche alla Peace Support Operations Division (Psod), responsabile per la pianificazione e la gestione delle operazioni dell’Unione africana.

L’anno successivo, l’Alleanza estese il suo supporto alla protezione marittima con l’operazione anti-pirateria Ocean Shield, per proteggere le navi mercantili in navigazione vicino alla costa somala, fornendo scorte e deterrenza, oltre ad accrescere la cooperazione con le altre missioni di anti-pirateria nell’area. La Nato ha concluso Ocean Shield il 15 dicembre 2016, pur rimanendo impegnata nella lotta contro la pirateria e mantenendo stretti legami con altri attori internazionali impegnati nel contrasto del fenomeno.

Nonostante tutti questi interventi e le dichiarate buone intenzioni, il ruolo della Nato in Africa rimane oggetto di numerosi interrogativi, suscitati anche dal suo controverso operato in Nordafrica e in particolare nel corso del conflitto in Libia, nel 2011.

Nel febbraio di quell’anno, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite adottò la risoluzione 1970 che autorizzava gli stati membri a utilizzare tutti i mezzi necessari per garantire la sicurezza delle popolazioni minacciate dal regime di Muammar Gheddafi, ma rispettando un rigoroso embargo sull’importazione di armi nel paese.

Undici anni dopo, la regione del Sahel sta ancora soffrendo per la destabilizzazione causata dall’intervento Nato in Libia, nel corso del quale, su richiesta di Regno unito, Francia e previa autorizzazione degli Stati Uniti, l’Alleanza fece arrivare armi leggere destinate alle zone sotto il controllo dei ribelli.

Senza contare che alcune delle armi fornite dalla Nato ai ribelli libici hanno lasciato la Libia attraverso il confine meridionale per poi essere usate da diversi gruppi terroristici di matrice islamista per sferrare mortali attacchi in vari paesi dell’Africa occidentale.

C’è inoltre da ricordare che l’intervento della Nato in Libia avvenne senza il consenso dell’Unione africana. L’allora presidente dell’Ua, il gabonese Jean Ping, si oppose fermamente a nome dell’organizzazione a qualsiasi operazione militare, favorendo un piano per una soluzione pacifica della crisi libica.

Tuttavia, non solo Ping non è stato ascoltato, ma la Nato è andata contro le risoluzioni delle Nazioni unite per raggiungere il risultato di far precipitare la Libia nel caos, con una guerra civile che ha diviso in due il paese. Senza dimenticare che, oltrepassando il mandato dell’Onu, le forze dell’Alleanza atlantica, guidate dagli Stati Uniti, hanno lanciato una campagna di bombardamenti che ha ucciso migliaia di civili e causato decine di miliardi di danni a proprietà e infrastrutture.

In breve tempo, la Libia è divenuta la principale via di transito, in mano a trafficanti di esseri umani, di un caotico flusso migratorio verso l’Europa che ha provocato molte più vittime della guerra del 2011. Senza dimenticare, la pulizia etnica compiuta a Tawergha dalle milizie islamiste di Misurata, sostenute dalla Nato, che ha costretto più di 30mila cittadini libici a fuggire dalle loro abitazioni senza potervi fare ritorno.

In tutto questo, la Nato non è esente da responsabilità e forse l’Eritrea, che lo scorso 2 marzo ha respinto la mozione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina, votata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite, e le 17 nazioni del africane che si sono astenute (diventate 25, con 9 voti contrari, un mese dopo, quando si è votato sulla cacciata di Mosca dal Consiglio per i diritti umani), più che sentirsi allineate alla Russia di Putin nutrono un atavico rifiuto per l’Occidente.

Articolo pubblicato su Nigrizia.it

Categorie: Conflitti, Politica | Tag: , , , | 1 commento

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